La nuova IMU incorpora la TASI ma diventa più cara

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La legge di Bilancio 2020 in vigore dal 1° gennaio 2020 aveva abolito la Tasi. Il tributo per i servizi indivisibili (Tasi) era stato rimpiazzato dalla nuova IMU al fine di semplificare la gestione delle entrate locali considerato il fatto che entrambi i tributi colpivano la stessa base imponibile.

nuova imu

Il presupposto dell’Imu, imposta municipale propria, è il possesso di immobili. Sono esenti dal tributo gli immobili adibiti a prima casa a meno che non si tratti immobili di lusso (rientranti nelle categorie catastali A1, A8 e A9).

Per evitare che le entrate locali risultassero insufficienti in seguito alla soppressione della TASI, la normativa ha rimesso all’autonomia dei Comuni la determinazione della nuova Imu: i Comuni, sostanzialmente, sono autorizzati a fissare le aliquote in modo da assicurarsi un livello di entrate tale da garantire le coperture finanziarie.

Ed è proprio quello che è successo! Uno studio condotto da Bluenext, una società produttrice di software gestionali, sulla base del rapporto delle delibere tributarie del 2019 e quelle del 2020, mostra come più della metà dei comuni italiani ha effettuato una revisione dell’Imu.
In particolare, ben 4029 Comuni hanno modificato l’aliquota relativa all’abitazione principale e i restanti 3775 comuni hanno fissato un’aliquota ordinaria maggiore delle precedenti.

I soggetti passivi possono versare l’importo relativo all’IMU in due rate: la prima scaduta lo scorso 16 giugno e la seconda che scade il prossimo il 16 dicembre.
La scadenza era fissata al 16 giugno, invece, per i contribuente che hanno deciso di versare il tributo in un’unica soluzione.
Qualora ci dovessero essere ulteriori variazioni inerenti alle aliquote, gli eventuali conguagli derivanti saranno pagati entro il 28 febbraio 2021.

A questo punto sorge spontanea una domanda: la riforma mirava a semplificare realmente il carico fiscale dei soggetti proprietari di immobili o ha semplicemente beffato e illuso il contribuente?
È palese, infatti, sulla base di quanto riportato, che il tributo ha semplicemente cambiato nome ma, di fatto, il carico fiscale dei contribuenti non è per nulla cambiato, anzi!

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Il presupposto dell’Imu, imposta municipale propria, è il possesso di immobili. Sono esenti dal tributo gli immobili adibiti a prima casa a meno che non si tratti immobili di lusso (rientranti nelle categorie catastali A1, A8 e A9).

Per evitare che le entrate locali risultassero insufficienti in seguito alla soppressione della TASI, la normativa ha rimesso all’autonomia dei Comuni la determinazione della nuova Imu: i Comuni, sostanzialmente, sono autorizzati a fissare le aliquote in modo da assicurarsi un livello di entrate tale da garantire le coperture finanziarie.

Ed è proprio quello che è successo! Uno studio condotto da Bluenext, una società produttrice di software gestionali, sulla base del rapporto delle delibere tributarie del 2019 e quelle del 2020, mostra come più della metà dei comuni italiani ha effettuato una revisione dell’Imu.
In particolare, ben 4029 Comuni hanno modificato l’aliquota relativa all’abitazione principale e i restanti 3775 comuni hanno fissato un’aliquota ordinaria maggiore delle precedenti.

I soggetti passivi possono versare l’importo relativo all’IMU in due rate: la prima scaduta lo scorso 16 giugno e la seconda che scade il prossimo il 16 dicembre.
La scadenza era fissata al 16 giugno, invece, per i contribuente che hanno deciso di versare il tributo in un’unica soluzione.
Qualora ci dovessero essere ulteriori variazioni inerenti alle aliquote, gli eventuali conguagli derivanti saranno pagati entro il 28 febbraio 2021.

A questo punto sorge spontanea una domanda: la riforma mirava a semplificare realmente il carico fiscale dei soggetti proprietari di immobili o ha semplicemente beffato e illuso il contribuente?
È palese, infatti, sulla base di quanto riportato, che il tributo ha semplicemente cambiato nome ma, di fatto, il carico fiscale dei contribuenti non è per nulla cambiato, anzi!

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