La legittima difesa: costrizione e reazione. Quando la scriminante giustifica la provocazione?

Articolo a cura della Dott.ssa Marina Marino

La legittima difesa: costrizione e reazione

1. Introduzione

L’applicazione della scriminante della legittima difesa ha sempre suscitato contrasti tanto in dottrina quanto in giurisprudenza, posto che la stessa, alla luce dell’articolo 52 c.p., riconosce a chi la invoca un potere di farsi giustizia da sé.
Il problema che da sempre quindi ha caratterizzato l’applicazione di tale causa di giustificazione riguarda proprio l’individuazione esatta dei limiti entro in quali un certo comportamento che integra un’ipotesi di reato possa essere giustificato, e in alcuni casi, addirittura imposto dall’ordinamento.
Una questione particolarmente sentita e che ancora oggi suscita dubbi concerne la possibilità di riconoscere l’applicabilità della legittima difesa in capo ad un soggetto che abbia, colposamente o volontariamente, generato la situazione di pericolo che lo costringe poi a difendere un proprio o altrui diritto.
Si pensi, ad esempio, al caso di un genitore che abbia rubato dei medicinali per il figlio gravemente malato, trovandosi in una situazione di indigenza assoluta dovuta ad una condotta di vita negligente. Oppure, il caso di chi provoca una rissa sferrando calci e pugni e poi si trovi a doversi difendere da colpi di arma da fuoco esplosi da chi abbia accettato la rissa stessa. O ancora a chi, al fine scontrarsi con qualcuno, provoca la sua reazione al solo fine di poter reagire, ritenendo di poter invocare la legittima difesa.
Si tratta di una situazione che, nella prassi, si verifica abbastanza spesso con conseguenti problemi processuali in quanto, l’applicazione della scriminante della legittima difesa invocata da tali soggetti porterebbe ad una sentenza di assoluzione o perché il fatto non sussiste o perché il fatto non costituisce reato (a seconda che si accolga la teoria bipartita o tripartita del reato).

2. Art. 52 c.p., la legittima difesa. Elementi costitutivi.

L’articolo 52 c.p. disciplina la legittima difesa, quale causa di giustificazione idonea ad escludere la punibilità del soggetto agente quando sia stato “costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro un pericolo attuale di un’offesa grave e ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”.
Trattandosi di una causa di giustificazione, la sua applicazione al caso concreto rende lecito un fatto illecito, in quanto, al ricorrere dei presupposti, è idonea ad escludere l’antigiuridicità, cioè la contrarietà dell’atto all’ordinamento; questo secondo la teoria tripartita del reato, che vede lo stesso composto dagli elementi della tipicità, antigiuridicità e colpevolezza.
Diversamente, in accoglimento della teoria bipartita del reato, la legittima difesa deve essere valutata come elemento negativo del fatto tipico; elemento cioè che deve mancare ai fini della punibilità.
In altri termini, la legittima difesa rientra nel novero di situazioni che l’ordinamento giustifica all’esito di un bilanciamento tra i contrapposti diritti in gioco e nel rispetto del principio di non contraddizione.
Se così non fosse si giungerebbe al paradosso di punire un certo comportamento, al contrario, ammesso e giustificato da altre disposizioni normative, che devono quindi essere debitamente valutate.
Tali considerazioni hanno, quindi, spinto gli interpreti a riconoscere alle cause di giustificazione una portata oggettiva, tale da poter prevedere la loro applicazione anche se il soggetto che le invoca ignora la loro esistenza o le riteneva erroneamente sussistenti per colpa.

La scriminante ex art. 52 c.p. è stata oggetto di numerosi interventi normativi che hanno però suscitato non pochi problemi di legittimità costituzionale.
Il riferimento è alle modifiche effettuate con leggi n. 59/2006 e n. 3/2019 che hanno aggiunto i commi 2, 3 e 4 introducendo le fattispecie di legittima difesa domiciliare e legittima difesa domiciliare aggravata.
Il co. 1 ex art. 52 c.p. individua i presupposti e gli elementi costitutivi, il verificarsi dei quali rendono non punibile un fatto commesso.
In primo luogo, si richiede che la reazione debba scaturire dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui.
In questo senso la norma ricomprende situazioni giuridiche meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento estendendosi tanto a diritti che afferiscono alla persona (vita, integrità fisica, etc), quanto a diritti aventi natura patrimoniale.
Inoltre, la norma specifica che la reazione si giustifica anche quando il titolare del diritto offeso sia persona diversa da colui che materialmente pone in essere la condotta, specificando che in questi casi deve trattarsi di un diritto astrattamente configurabile come individuale.
In secondo luogo, la reazione è giustificata solo se il pericolo è attuale; dunque, non trova applicazione l’art. 52 c.p. se l’offesa ancora non si sia concretizzata (in quanto, in questi casi, si legittima l’intervento dell’ordinamento), né qualora la stessa si sia già realizzata, perché in questi casi non si può discorrere più di legittima difesa, quanto piuttosto di ritorsione.
Ancora, l’offesa deve essere ingiusta, cioè tale da giustificare l’intervento statale cui il privato eccezionalmente si sostituisce per l’incombenza del pericolo.
L’art. 52 c.p. non può trovare applicazione se il comportamento sia giustificato dall’ordinamento, cioè se esiste una norma che giustifica o impone il comportamento che in questo senso non può più essere considerato illegittimo.
In questi termini, infatti, c’è chi ha definito la legittima difesa quale espressione del principio generale dell’autotutela.

Infine, l’art. 52 c.p., richiede ai fini dell’esclusione della punibilità che la difesa sia proporzionata all’offesa.
La valutazione del requisito della proporzione deve essere effettuata globalmente, dovendo il giudice tenere conto di tutti gli aspetti che abbiano caratterizzato la vicenda e, in particolare, operando un corretto bilanciamento rispetto al rango riconosciuto al bene esposto a pericolo e quello effettivamente leso.
In origine, il giudizio circa la proporzione era effettuato con riferimento ai mezzi utilizzati. Tale impostazione è stata però superata in epoca successiva, ritenendo che oggetto della valutazione dovessero essere i beni. Tuttavia, la giurisprudenza ha ritenuto inidonee entrambe tali impostazioni affermando che l’apprezzamento che il giudice è chiamato a svolgere deve tenere conto di tutte le circostanze del caso concreto, avendo riguardo al tempo, al luogo dell’aggressione, ai rapporti tra l’offeso e l’aggressore, al rango dei beni che vengono in rilievo e al grado di pericolo cui sono stati esposti.
Nel 2006 e in seguito nel 2019 il legislatore è intervenuto riformando la scriminante della legittima difesa e individuando un’ipotesi di presunzione di proporzionalità aggiungendo all’articolo 52 c.p. i commi 2, 3 e 4 nel caso di legittima difesa per violazione di domicilio.
Con riferimento ad entrambe le modifiche legislative, la giurisprudenza però ha più volte sottolineato che se le presunzioni così introdotte fossero interpretate qualificandole come assolute, le disposizioni in commento dovrebbero essere tacciate di incostituzionalità.
I giudici della Suprema Corte hanno, infatti, più volte affermato che per salvare le norme, le presunzioni devono per forza essere considerate quali presunzioni relative, ammettendo di conseguenza la prova contraria; se così non fosse, di finirebbe per violare il principio dell’id quod plerumque accidit.
Sul punto, infatti, la giurisprudenza ha affermato, tra l’altro, che tali presunzioni relative possono essere riferite esclusivamente agli elementi dell’attualità del pericolo e della proporzione tra offesa e difesa, ma mai alla necessità della reazione, ponendosi questo quale elemento che deve sempre essere dimostrato.
Ulteriore elemento costitutivo di fondamentale importanza è rappresentato dalla costrizione che deve spingere il soggetto a reagire al comportamento dell’aggressore.
Tale requisito è stato interpretato nel senso che il soggetto offeso deve trovarsi in una situazione tale da non avere altra scelta se non quella di reagire alla condotta offensiva altrui.
Questa impostazione per tanto ha finito con l’escludere la possibilità di applicare l’art. 52 c.p. ogni qual volta esita una valida e concreta alternativa alla reazione; tanto è vero che la fuga non è più considerata un atto di vigliaccheria ma, al contrario, si pone come scelta doverosa qualora però non generi un pericolo maggiore o percepito come tale.
Dunque, il concetto di costrizione rappresenta al contempo un limite espresso all’applicazione dell’art. 52 c.p.
Tanto è vero che secondo un certo orientamento, tale causa di giustificazione non potrebbe trovare applicazione tutte quelle volte in cui la reazione si ponga come risposta ad una provocazione, dalla quale non discenda un pericolo attuale.

3. Provocazione e legittima difesa: orientamenti giurisprudenziali.

Una questione problematica che ancora oggi divide gli interpreti concerne la possibilità di applicare la scriminante della legittima difesa con riferimento all’ipotesi in cui colui che reagisce abbia accettato una sfida. In altri termini, ci si chiede se colui che abbia provocato lo stato di pericolo da cui sia generata la necessità di reagire, possa poi invocare la scriminante in parola per giustificare il proprio comportamento.
Si pensi a chi provoca un altro soggetto che a sua volta, raccoglie la sfida accettando lo scontro.
A titolo esemplificativo si può pensare al caso di cui si sta discutendo proprio in questi giorni, verificatosi in occasione della cerimonia di consegna dei premi Oscar 2022 e che ha visto protagonista il noto attore Will Smith, il quale ha reagito alla provocazione mossa dal comico Chris Rock in occasione proprio dello spettacolo. Traendo spunto dalla vicenda, ci si potrebbe chiedere quali sarebbero state le conseguenze per il comico se avesse deciso in quel momento di reagire nei confronti dell’attore, commettendo a sua volta un atto illecito (escludendo che il comportamento dell’attore possa essere scriminato dalla legittima difesa per assenza dei presupposti prima analizzati).
In giurisprudenza, si è ritenuto, che anche la condotta di chi reagisce ad una situazione di pericolo da lui stesso provocata possa giustificare l’applicazione della legittima difesa, sia se tale situazione sia stata provocata dolosamente o colposamente.
Secondo tale impostazione, quindi, il concetto di costrizione dovrebbe essere interpretato nel senso di impossibilità di sottrarsi alla necessità di agire a tutela della situazione giuridica esposta a pericolo, a prescindere dai motivi che hanno generato tali circostanze.
Questo anche perché, a voler essere rigorosi e quindi volendo rimanere saldi al dato normativo, l’art. 52 c.p., non fa espressa menzione all’atteggiamento psicologico di colui che reagisce, limitandosi solo a prevedere, tra i requisiti ai fini dell’applicabilità ex art. 52 c.p., la difesa di un altrui o proprio diritto, un pericolo attuale, un’offesa ingiusta e che la reazione sia proporzionata all’offesa; a differenza, ad esempio, dell’art. 54 c.p. che espressamente richiede che la situazione di pericolo non venga generata da colui che invoca l’applicazione della scriminante dello stato di necessità.
In questi termini è stata infatti riconosciuta l’applicazione dell’art. 52 c.p. nell’ipotesi del reato di rissa ex art. 588 c.p.
In questo contesto, l’applicazione della legittima difesa sarebbe prevista qualora, durante lo scontro ci si difendesse da un attacco particolarmente violento, impossibile da prevedere al momento dell’inizio dello scontro stesso; in queste circostanze lo scopo, quindi, non sarebbe più di sferrare un attacco; piuttosto, la reazione sarebbe finalizzata a difendere la propria incolumità fisica dall’attacco altrui.
Tale caso appare emblematico proprio perché la rissa si qualifica come reato naturalmente e giuridicamente plurisoggettivo, caratterizzato dalla volontà di prendere parte ad uno scontro, comune a tutti i soggetti coinvolti.
Dunque, rappresenterebbe proprio il caso in cui, colui che reagisce abbia provocato dolosamente la situazione di pericolo da cui scaturisce l’offesa ingiusta.
In linea con questa impostazione è altresì il richiamo all’art 59 c.p., in tema di erronea supposizione di una causa di giustificazione.
Il comma 1 di tale articolo, dispone che “le circostanze che attenuano o escludono la pena sono valutate a favore dell’agente anche se da lui non conosciute o da lui ritenute inesistenti”.
Da ciò deriva, come su affermato, la rilevanza oggettiva dell’applicazione delle cause di giustificazione, che troverebbero attuazione, con specifico riferimento alla legittima difesa, per il solo fatto che, da un punto di vista meramente materiale, il soggetto abbia agito prima offendendo e poi difendendosi. Questo perché in tale ultimo caso, appunto, in maniera del tutto avulsa da valutazioni concernenti l’elemento psicologico, si sarebbero concretizzati, di fatto, gli elementi costitutivi richiesti dall’art. 52 c.p. in maniera espressa.

4. Posizione della dottrina

In dottrina si registrano plurime impostazioni concordi però nell’escludere la possibilità di riconoscere l’applicazione della legittima difesa al provocatore che abbia reagito.
C’è chi ritiene che, così come nel caso dell’ubriachezza preordinata, la provocazione sia caratterizzata da un comportamento doloso del soggetto e dunque la condotta dovrebbe essere valutata alla stregua del criterio dell’actio libera in causa: la provocazione in questo senso fungerebbe da scusa preordinata per invocare l’applicazione della legittima difesa in un momento successivo che quindi non troverebbe applicazione; colui che reagisce avrebbe volontariamente scelto di porsi in uno stato di pericolo che poteva essere evitato.
Secondo altri, la scriminante della legittima difesa non potrebbe trovare applicazione perché nella circostanza in commento il soggetto che reagisce all’offesa provocata avrebbe abusato del proprio diritto di difendersi.
L’orientamento maggioritario in dottrina ritiene invece che la risposta al problema dovrebbe essere ricercata nel raffronto strutturale degli elementi costitutivi che caratterizzano l’art. 52 c.p. con l’art. 54 c.p., cioè con la scriminante dello stato di necessità.
Al pari della legittima difesa, lo stato di necessità rappresenta una causa di giustificazione che annovera tra i requisiti necessari ad escludere la punibilità la condizione che “il pericolo non sia stato volontariamente causato da colui che commette il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o atri da un danno grave alla persona”, proprio derivante da una situazione di pericolo.
Dunque, in altri termini, nel caso dello stato di necessità, la condotta di chi abbia in maniera volontaria cagionato la situazione di pericolo dovrà essere considerata antigiuridica, escludendo così l’applicazione dell’art. 54 c.p.
Tale percorso argomentativo è quindi esteso analogicamente anche nel caso dell’art. 52 c.p., sebbene il requisito della non volontarietà della causazione dello stato di pericolo attuale non sia previsto espressamente.
Tale ostacolo però è superato in quanto tale ragionamento viene ancorato proprio al concetto di costrizione, richiamato nel caso della legittima difesa.
In questo senso, la costrizione si porrebbe come la situazione in cui versa chi non abbia volontariamente scelto di trovarsi in quella circostanza e la commissione del fatto non sarebbe altro che una mera reazione a tutela di un proprio o altrui diritto.
Del resto, tale impostazione sembra coerente con il dato testuale dell’art. 52 c.p. che utilizza espressioni quali “necessità di difendere”, “difesa proporzionata all’offesa”, facendo in questo modo riferimento ad un comportamento di un soggetto che si attiva per evitare di subire un ingiusto male.
D’altronde, non può nemmeno trascurarsi la valutazione dell’elemento psicologico del soggetto che reagisce.

5. Conclusioni

Alla luce di quanto su esposto, a parere di chi scrive, l’impostazione della dottrina maggioritaria sembra da preferirsi in quanto, come ampiamente sottolineato, non si tratta di un’ipotesi di estensione interpretativa dei requisiti dello stato di necessità alla legittima difesa.
Il principio in base al quale colui che provoca lo stato di pericolo che poi lo costringe a reagire per difendersi, sarebbe infatti già implicito nel dato normativo che si trae dalla lettura dell’art. 52 c.p. e potrebbe, in questo senso, essere considerato applicazione dell’eccezionalità della disciplina che caratterizza la legittima difesa, che può trovare applicazione solo in presenza dei requisiti espressamente previsti.
Tra l’altro, a tal proposito, non si può prescindere dal fatto che la ratio e il meccanismo che animano la scriminante della legittima difesa sarebbe sostanzialmente differente da quella dello stato di necessità. In questo secondo caso, infatti, la condotta di chi genera direttamente lo stato da cui scaturisce la necessità di difendere sé stessi o altri non è interrotta dalla condotta dell’altro soggetto; quest’ultimo subisce l’azione illecita necessitata senza spezzare il nesso di causalità.
Nel caso della legittima difesa, al contrario, la reazione di colui che viene provocato è rimessa alla sua libera scelta e tale circostanza è idonea ad interrompere il nesso di collegamento tra la reazione e la provocazione.
Infine, in questo modo, sarebbe valorizzato anche il principio di autoresponsabilità, limitando l’applicazione della legittima difesa, che comunque si pone quale espressione di un principio di autotutela che nel diritto penale non può in alcun modo rivestire un carattere generale.
In conclusione, quindi, chi provoca la situazione da cui scaturisce il pericolo che genera la necessità di realizzare una fattispecie illecita per salvare sé stessi o altri, non può invocare la scriminante della legittima difesa; la provocazione dello stato di pericolo è in antitesi con la costrizione di dover reagire.

La legittima difesa: costrizione e reazione

1. Introduzione

L’applicazione della scriminante della legittima difesa ha sempre suscitato contrasti tanto in dottrina quanto in giurisprudenza, posto che la stessa, alla luce dell’articolo 52 c.p., riconosce a chi la invoca un potere di farsi giustizia da sé.
Il problema che da sempre quindi ha caratterizzato l’applicazione di tale causa di giustificazione riguarda proprio l’individuazione esatta dei limiti entro in quali un certo comportamento che integra un’ipotesi di reato possa essere giustificato, e in alcuni casi, addirittura imposto dall’ordinamento.
Una questione particolarmente sentita e che ancora oggi suscita dubbi concerne la possibilità di riconoscere l’applicabilità della legittima difesa in capo ad un soggetto che abbia, colposamente o volontariamente, generato la situazione di pericolo che lo costringe poi a difendere un proprio o altrui diritto.
Si pensi, ad esempio, al caso di un genitore che abbia rubato dei medicinali per il figlio gravemente malato, trovandosi in una situazione di indigenza assoluta dovuta ad una condotta di vita negligente. Oppure, il caso di chi provoca una rissa sferrando calci e pugni e poi si trovi a doversi difendere da colpi di arma da fuoco esplosi da chi abbia accettato la rissa stessa. O ancora a chi, al fine scontrarsi con qualcuno, provoca la sua reazione al solo fine di poter reagire, ritenendo di poter invocare la legittima difesa.
Si tratta di una situazione che, nella prassi, si verifica abbastanza spesso con conseguenti problemi processuali in quanto, l’applicazione della scriminante della legittima difesa invocata da tali soggetti porterebbe ad una sentenza di assoluzione o perché il fatto non sussiste o perché il fatto non costituisce reato (a seconda che si accolga la teoria bipartita o tripartita del reato).

2. Art. 52 c.p., la legittima difesa. Elementi costitutivi.

L’articolo 52 c.p. disciplina la legittima difesa, quale causa di giustificazione idonea ad escludere la punibilità del soggetto agente quando sia stato “costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro un pericolo attuale di un’offesa grave e ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”.
Trattandosi di una causa di giustificazione, la sua applicazione al caso concreto rende lecito un fatto illecito, in quanto, al ricorrere dei presupposti, è idonea ad escludere l’antigiuridicità, cioè la contrarietà dell’atto all’ordinamento; questo secondo la teoria tripartita del reato, che vede lo stesso composto dagli elementi della tipicità, antigiuridicità e colpevolezza.
Diversamente, in accoglimento della teoria bipartita del reato, la legittima difesa deve essere valutata come elemento negativo del fatto tipico; elemento cioè che deve mancare ai fini della punibilità.
In altri termini, la legittima difesa rientra nel novero di situazioni che l’ordinamento giustifica all’esito di un bilanciamento tra i contrapposti diritti in gioco e nel rispetto del principio di non contraddizione.
Se così non fosse si giungerebbe al paradosso di punire un certo comportamento, al contrario, ammesso e giustificato da altre disposizioni normative, che devono quindi essere debitamente valutate.
Tali considerazioni hanno, quindi, spinto gli interpreti a riconoscere alle cause di giustificazione una portata oggettiva, tale da poter prevedere la loro applicazione anche se il soggetto che le invoca ignora la loro esistenza o le riteneva erroneamente sussistenti per colpa.

La scriminante ex art. 52 c.p. è stata oggetto di numerosi interventi normativi che hanno però suscitato non pochi problemi di legittimità costituzionale.
Il riferimento è alle modifiche effettuate con leggi n. 59/2006 e n. 3/2019 che hanno aggiunto i commi 2, 3 e 4 introducendo le fattispecie di legittima difesa domiciliare e legittima difesa domiciliare aggravata.
Il co. 1 ex art. 52 c.p. individua i presupposti e gli elementi costitutivi, il verificarsi dei quali rendono non punibile un fatto commesso.
In primo luogo, si richiede che la reazione debba scaturire dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui.
In questo senso la norma ricomprende situazioni giuridiche meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento estendendosi tanto a diritti che afferiscono alla persona (vita, integrità fisica, etc), quanto a diritti aventi natura patrimoniale.
Inoltre, la norma specifica che la reazione si giustifica anche quando il titolare del diritto offeso sia persona diversa da colui che materialmente pone in essere la condotta, specificando che in questi casi deve trattarsi di un diritto astrattamente configurabile come individuale.
In secondo luogo, la reazione è giustificata solo se il pericolo è attuale; dunque, non trova applicazione l’art. 52 c.p. se l’offesa ancora non si sia concretizzata (in quanto, in questi casi, si legittima l’intervento dell’ordinamento), né qualora la stessa si sia già realizzata, perché in questi casi non si può discorrere più di legittima difesa, quanto piuttosto di ritorsione.
Ancora, l’offesa deve essere ingiusta, cioè tale da giustificare l’intervento statale cui il privato eccezionalmente si sostituisce per l’incombenza del pericolo.
L’art. 52 c.p. non può trovare applicazione se il comportamento sia giustificato dall’ordinamento, cioè se esiste una norma che giustifica o impone il comportamento che in questo senso non può più essere considerato illegittimo.
In questi termini, infatti, c’è chi ha definito la legittima difesa quale espressione del principio generale dell’autotutela.

Infine, l’art. 52 c.p., richiede ai fini dell’esclusione della punibilità che la difesa sia proporzionata all’offesa.
La valutazione del requisito della proporzione deve essere effettuata globalmente, dovendo il giudice tenere conto di tutti gli aspetti che abbiano caratterizzato la vicenda e, in particolare, operando un corretto bilanciamento rispetto al rango riconosciuto al bene esposto a pericolo e quello effettivamente leso.
In origine, il giudizio circa la proporzione era effettuato con riferimento ai mezzi utilizzati. Tale impostazione è stata però superata in epoca successiva, ritenendo che oggetto della valutazione dovessero essere i beni. Tuttavia, la giurisprudenza ha ritenuto inidonee entrambe tali impostazioni affermando che l’apprezzamento che il giudice è chiamato a svolgere deve tenere conto di tutte le circostanze del caso concreto, avendo riguardo al tempo, al luogo dell’aggressione, ai rapporti tra l’offeso e l’aggressore, al rango dei beni che vengono in rilievo e al grado di pericolo cui sono stati esposti.
Nel 2006 e in seguito nel 2019 il legislatore è intervenuto riformando la scriminante della legittima difesa e individuando un’ipotesi di presunzione di proporzionalità aggiungendo all’articolo 52 c.p. i commi 2, 3 e 4 nel caso di legittima difesa per violazione di domicilio.
Con riferimento ad entrambe le modifiche legislative, la giurisprudenza però ha più volte sottolineato che se le presunzioni così introdotte fossero interpretate qualificandole come assolute, le disposizioni in commento dovrebbero essere tacciate di incostituzionalità.
I giudici della Suprema Corte hanno, infatti, più volte affermato che per salvare le norme, le presunzioni devono per forza essere considerate quali presunzioni relative, ammettendo di conseguenza la prova contraria; se così non fosse, di finirebbe per violare il principio dell’id quod plerumque accidit.
Sul punto, infatti, la giurisprudenza ha affermato, tra l’altro, che tali presunzioni relative possono essere riferite esclusivamente agli elementi dell’attualità del pericolo e della proporzione tra offesa e difesa, ma mai alla necessità della reazione, ponendosi questo quale elemento che deve sempre essere dimostrato.
Ulteriore elemento costitutivo di fondamentale importanza è rappresentato dalla costrizione che deve spingere il soggetto a reagire al comportamento dell’aggressore.
Tale requisito è stato interpretato nel senso che il soggetto offeso deve trovarsi in una situazione tale da non avere altra scelta se non quella di reagire alla condotta offensiva altrui.
Questa impostazione per tanto ha finito con l’escludere la possibilità di applicare l’art. 52 c.p. ogni qual volta esita una valida e concreta alternativa alla reazione; tanto è vero che la fuga non è più considerata un atto di vigliaccheria ma, al contrario, si pone come scelta doverosa qualora però non generi un pericolo maggiore o percepito come tale.
Dunque, il concetto di costrizione rappresenta al contempo un limite espresso all’applicazione dell’art. 52 c.p.
Tanto è vero che secondo un certo orientamento, tale causa di giustificazione non potrebbe trovare applicazione tutte quelle volte in cui la reazione si ponga come risposta ad una provocazione, dalla quale non discenda un pericolo attuale.

3. Provocazione e legittima difesa: orientamenti giurisprudenziali.

Una questione problematica che ancora oggi divide gli interpreti concerne la possibilità di applicare la scriminante della legittima difesa con riferimento all’ipotesi in cui colui che reagisce abbia accettato una sfida. In altri termini, ci si chiede se colui che abbia provocato lo stato di pericolo da cui sia generata la necessità di reagire, possa poi invocare la scriminante in parola per giustificare il proprio comportamento.
Si pensi a chi provoca un altro soggetto che a sua volta, raccoglie la sfida accettando lo scontro.
A titolo esemplificativo si può pensare al caso di cui si sta discutendo proprio in questi giorni, verificatosi in occasione della cerimonia di consegna dei premi Oscar 2022 e che ha visto protagonista il noto attore Will Smith, il quale ha reagito alla provocazione mossa dal comico Chris Rock in occasione proprio dello spettacolo. Traendo spunto dalla vicenda, ci si potrebbe chiedere quali sarebbero state le conseguenze per il comico se avesse deciso in quel momento di reagire nei confronti dell’attore, commettendo a sua volta un atto illecito (escludendo che il comportamento dell’attore possa essere scriminato dalla legittima difesa per assenza dei presupposti prima analizzati).
In giurisprudenza, si è ritenuto, che anche la condotta di chi reagisce ad una situazione di pericolo da lui stesso provocata possa giustificare l’applicazione della legittima difesa, sia se tale situazione sia stata provocata dolosamente o colposamente.
Secondo tale impostazione, quindi, il concetto di costrizione dovrebbe essere interpretato nel senso di impossibilità di sottrarsi alla necessità di agire a tutela della situazione giuridica esposta a pericolo, a prescindere dai motivi che hanno generato tali circostanze.
Questo anche perché, a voler essere rigorosi e quindi volendo rimanere saldi al dato normativo, l’art. 52 c.p., non fa espressa menzione all’atteggiamento psicologico di colui che reagisce, limitandosi solo a prevedere, tra i requisiti ai fini dell’applicabilità ex art. 52 c.p., la difesa di un altrui o proprio diritto, un pericolo attuale, un’offesa ingiusta e che la reazione sia proporzionata all’offesa; a differenza, ad esempio, dell’art. 54 c.p. che espressamente richiede che la situazione di pericolo non venga generata da colui che invoca l’applicazione della scriminante dello stato di necessità.
In questi termini è stata infatti riconosciuta l’applicazione dell’art. 52 c.p. nell’ipotesi del reato di rissa ex art. 588 c.p.
In questo contesto, l’applicazione della legittima difesa sarebbe prevista qualora, durante lo scontro ci si difendesse da un attacco particolarmente violento, impossibile da prevedere al momento dell’inizio dello scontro stesso; in queste circostanze lo scopo, quindi, non sarebbe più di sferrare un attacco; piuttosto, la reazione sarebbe finalizzata a difendere la propria incolumità fisica dall’attacco altrui.
Tale caso appare emblematico proprio perché la rissa si qualifica come reato naturalmente e giuridicamente plurisoggettivo, caratterizzato dalla volontà di prendere parte ad uno scontro, comune a tutti i soggetti coinvolti.
Dunque, rappresenterebbe proprio il caso in cui, colui che reagisce abbia provocato dolosamente la situazione di pericolo da cui scaturisce l’offesa ingiusta.
In linea con questa impostazione è altresì il richiamo all’art 59 c.p., in tema di erronea supposizione di una causa di giustificazione.
Il comma 1 di tale articolo, dispone che “le circostanze che attenuano o escludono la pena sono valutate a favore dell’agente anche se da lui non conosciute o da lui ritenute inesistenti”.
Da ciò deriva, come su affermato, la rilevanza oggettiva dell’applicazione delle cause di giustificazione, che troverebbero attuazione, con specifico riferimento alla legittima difesa, per il solo fatto che, da un punto di vista meramente materiale, il soggetto abbia agito prima offendendo e poi difendendosi. Questo perché in tale ultimo caso, appunto, in maniera del tutto avulsa da valutazioni concernenti l’elemento psicologico, si sarebbero concretizzati, di fatto, gli elementi costitutivi richiesti dall’art. 52 c.p. in maniera espressa.

4. Posizione della dottrina

In dottrina si registrano plurime impostazioni concordi però nell’escludere la possibilità di riconoscere l’applicazione della legittima difesa al provocatore che abbia reagito.
C’è chi ritiene che, così come nel caso dell’ubriachezza preordinata, la provocazione sia caratterizzata da un comportamento doloso del soggetto e dunque la condotta dovrebbe essere valutata alla stregua del criterio dell’actio libera in causa: la provocazione in questo senso fungerebbe da scusa preordinata per invocare l’applicazione della legittima difesa in un momento successivo che quindi non troverebbe applicazione; colui che reagisce avrebbe volontariamente scelto di porsi in uno stato di pericolo che poteva essere evitato.
Secondo altri, la scriminante della legittima difesa non potrebbe trovare applicazione perché nella circostanza in commento il soggetto che reagisce all’offesa provocata avrebbe abusato del proprio diritto di difendersi.
L’orientamento maggioritario in dottrina ritiene invece che la risposta al problema dovrebbe essere ricercata nel raffronto strutturale degli elementi costitutivi che caratterizzano l’art. 52 c.p. con l’art. 54 c.p., cioè con la scriminante dello stato di necessità.
Al pari della legittima difesa, lo stato di necessità rappresenta una causa di giustificazione che annovera tra i requisiti necessari ad escludere la punibilità la condizione che “il pericolo non sia stato volontariamente causato da colui che commette il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o atri da un danno grave alla persona”, proprio derivante da una situazione di pericolo.
Dunque, in altri termini, nel caso dello stato di necessità, la condotta di chi abbia in maniera volontaria cagionato la situazione di pericolo dovrà essere considerata antigiuridica, escludendo così l’applicazione dell’art. 54 c.p.
Tale percorso argomentativo è quindi esteso analogicamente anche nel caso dell’art. 52 c.p., sebbene il requisito della non volontarietà della causazione dello stato di pericolo attuale non sia previsto espressamente.
Tale ostacolo però è superato in quanto tale ragionamento viene ancorato proprio al concetto di costrizione, richiamato nel caso della legittima difesa.
In questo senso, la costrizione si porrebbe come la situazione in cui versa chi non abbia volontariamente scelto di trovarsi in quella circostanza e la commissione del fatto non sarebbe altro che una mera reazione a tutela di un proprio o altrui diritto.
Del resto, tale impostazione sembra coerente con il dato testuale dell’art. 52 c.p. che utilizza espressioni quali “necessità di difendere”, “difesa proporzionata all’offesa”, facendo in questo modo riferimento ad un comportamento di un soggetto che si attiva per evitare di subire un ingiusto male.
D’altronde, non può nemmeno trascurarsi la valutazione dell’elemento psicologico del soggetto che reagisce.

5. Conclusioni

Alla luce di quanto su esposto, a parere di chi scrive, l’impostazione della dottrina maggioritaria sembra da preferirsi in quanto, come ampiamente sottolineato, non si tratta di un’ipotesi di estensione interpretativa dei requisiti dello stato di necessità alla legittima difesa.
Il principio in base al quale colui che provoca lo stato di pericolo che poi lo costringe a reagire per difendersi, sarebbe infatti già implicito nel dato normativo che si trae dalla lettura dell’art. 52 c.p. e potrebbe, in questo senso, essere considerato applicazione dell’eccezionalità della disciplina che caratterizza la legittima difesa, che può trovare applicazione solo in presenza dei requisiti espressamente previsti.
Tra l’altro, a tal proposito, non si può prescindere dal fatto che la ratio e il meccanismo che animano la scriminante della legittima difesa sarebbe sostanzialmente differente da quella dello stato di necessità. In questo secondo caso, infatti, la condotta di chi genera direttamente lo stato da cui scaturisce la necessità di difendere sé stessi o altri non è interrotta dalla condotta dell’altro soggetto; quest’ultimo subisce l’azione illecita necessitata senza spezzare il nesso di causalità.
Nel caso della legittima difesa, al contrario, la reazione di colui che viene provocato è rimessa alla sua libera scelta e tale circostanza è idonea ad interrompere il nesso di collegamento tra la reazione e la provocazione.
Infine, in questo modo, sarebbe valorizzato anche il principio di autoresponsabilità, limitando l’applicazione della legittima difesa, che comunque si pone quale espressione di un principio di autotutela che nel diritto penale non può in alcun modo rivestire un carattere generale.
In conclusione, quindi, chi provoca la situazione da cui scaturisce il pericolo che genera la necessità di realizzare una fattispecie illecita per salvare sé stessi o altri, non può invocare la scriminante della legittima difesa; la provocazione dello stato di pericolo è in antitesi con la costrizione di dover reagire.

Note

Immagine: Roberto Castiello ph.

Bibliografia

Monografie:
a) Fiandaca G., Musco E., Diritto Penale. Parte generale, ottava edizione, Zanichelli Editore, 2019;
b) Fiore C., Fiore F., Diritto Penale. Parte generale. Quinta edizione, UTET GIURIDICA, 2016;
c) Garofoli R., Compendio di diritto Penale, parte speciale, Nel diritto editore, 2020;
d) Grosso C.F., difesa legittima e stato di necessità, Milano, 1964;
e) Santise M., Zunica F., Coordinate ermeneutiche di diritto penale, Giappichelli Editore, 2021.

Sentenze:
a) Cass. pen., Sez. V, 30 settembre 2020, n. 34984;
b) Cass. pen., Sez. I, 18 luglio 2013, n. 41468;
c) Cass. pen., Sez. I, 14 febbraio 2006, n. 15025;
d) Cass. pen., Sez. I, 21 giugno 2018, n. 37289;
e) Cass. pen., Sez. I, 9 novembre 2011, n. 2654;
f) Cass. pen., Sez. V, 31 ottobre 2014, n. 10542;
g) Cass. pen., Sez. V, 8 ottobre 2020, n. 33112;
h) Cass. pen., Sez. V, 19 febbraio 2015, n. 32381;
i) Cass., sez. III, 10 ottobre 2019, n. 49883;
j) Cass., sez. I, 20 febbraio 2020, n. 21794;
k) Cass., sez. V, 3 luglio 2020, n. 25213;
l) Cass., sez. I, 21 febbraio 2017, n. 46567.

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