La figura dell’avvocato è ormai satura e totalmente svilita: forse è giunto il momento di farsi sentire

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram
Condividi su email

I numeri pubblicati dal Consiglio Nazionale Forense sono impietosi: al 2019 (ultimo anno pre-pandemia) risultano iscritti 245.430 avvocati (al netto dei praticanti si arriva a 300.000) a fronte di un costante decremento della popolazione italiana. A quando una riforma?

avvocato

Ci mancava il Covid-19 a mortificare, inginocchiare e declassare ulteriormente una professione che fino al secolo scorso godeva di modelli 730 virtuosi e di grande rispetto da parte della società.
C’è stato un tempo in cui, quando ci si rivolgeva all’avvocato, lo si faceva con rispetto e ammirazione verso una figura culturalmente preparata e di elevata utilità sociale.
Ma perché questa professione ha raggiunto il fondo? Quando è iniziato il tracollo?  A chi sono attribuibili le responsabilità?
Chi scrive è un avvocato e, partendo dall’ultima domanda, penso che la colpa sia in primis da attribuire a noi stessi perché abbiamo taciuto sempre e da sempre, mettendo da parte la dignità di una professione che a parere di chi scrive è e resterà tra le più belle al mondo (nonostante tutto).
Sin dalla costituzione della nostra Repubblica, il Parlamento è sempre stato affollato da avvocati, figura che per necessità professionale è spesso dotata di buone abilità oratorie, quindi con inclinazione quasi naturale alla compatibilità con la vita politica.
Se leggiamo con attenzione la nostra Costituzione, baluardo del nostro ordinamento giuridico, ci accorgiamo che il ruolo dell’avvocato non viene esplicitamente richiamato al suo interno, ma solo indirettamente dall’art. 24, il quale recita“[…]La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione”.
Riconoscendo il diritto di difesa come diritto fondamentale, viene riconosciuta l’essenzialità del ruolo cui è chiamato a svolgere l’avvocato, della sua funzione sociale, di garante dei diritti fondamentali dei cittadini.
In verità, fino dagli ’90 non è che ci fosse poi così tanto da fare per mantener il decoro della professione; nel 1996 gli avvocati iscritti all’albo erano “soltanto” 86.939 (fonte Cassa Forense). Un numero che corrisponde a un terzo rispetto agli attuali iscritti e che era al cospetto di una nazione in costante crescita demografica e pertanto, per i colleghi di allora, risultava anche abbastanza agevole affrontare tutte le spese connesse all’esercizio della professione.
Tuttavia, dal 1996 (primo anno disponibile dei dati pubblicati da Cassa Forense) la crescita del numero degli iscritti è risultata costante e in alcuni anni vertiginosa mentre, d’altro canto, con l’inizio del nuovo millennio la crescita demografica iniziava a mostrare segnali di crisi. Nonostante ciò, e nonostante il Parlamento è tuttora frequentato da un elevato numero di colleghi, nulla si è fatto per tutelare chi già era iscritto, ma soprattutto per tutelare l’alta e meritata dignità della professione. Anzi, magari con un po’ di masochismo sono state introdotte delle norme addirittura sfavorevoli alla categoria, la quale si è vista estromessa da una serie di attività che prima di allora la vedevano quasi protagonista.
Non è la sede di tale tipologia di dibattito, ma basti pensare alla dubbia legittimità dell’introduzione dell’indennizzo diretto in materia di sinistri stradali: cittadini che ignari si rivolgono direttamente alla propria compagnia assicurativa per chiedere il ristoro dei danni subiti, senza alcuna necessità di intervento dell’avvocato. Poco importa se poi il cittadino si “beva” percentuali di responsabilità inesistenti, accettando importi irrisori e “il fermo tecnico” non sa nemmeno cosa sia.
Si pensi anche alla legittimità delle convenzioni sottoscritte con le banche con previsione di compensi davvero al limite della dignità e della sopravvivenza.
La ciliegina sulla torta di questa triste fotografia fin qui raccontata arriva dalla vecchia e cara Cassa Forense. Ogni anno il momento del pagamento della “cassa” equivale ad un incubo. Ingenti somme vengono puntualmente versate da ogni iscritto e, con ogni probabilità, non saranno mai riviste, oltre a un ulteriore contributo del 4%.
Ad oggi, su oltre 245.000 iscritti alla cassa, i pensionati per “vecchiaia” sono 14.269.
Verrebbe a questo punto da chiedersi: questi avvocati tanto bistrattati riceveranno almeno delle garanzie in termini di serenità lavorativa?
Per serenità lavorativa in questo caso dovrà intendersi: cancellerie di agevole accesso e rapida fruizione, ragionevole durata del processo, tutela e protezione da parte di Cassa Forense.
Con riferimento alla situazione delle cancellerie tutti noi operatori del settore sappiamo di quale genere di caos stiamo parlando. Tempi biblici anche solo per l’ottenimento di semplici copie e “digitalizzazione smart” davvero lontana dal potersi ritenere “amica” dell’avvocato (e dei Cancellieri).
Le responsabilità di questo caos non potranno di certo attribuirsi ai vari addetti di cancelleria che anzi, a dispetto della mole di lavoro a cui sono quotidianamente sottoposti, lavorano incessantemente per “smaltire” il loro carico il più velocemente possibile.
Con riferimento alla ragionevole durata del processo, l’avvocato trova anche qui un terreno in salita. La durata dei processi non è quasi mai ragionevole e per l’avvocato un momento abbastanza difficile è quello di comunicare al proprio assistito che la successiva udienza si terrà tra un anno e mezzo o due.
In ambito civile è intervenuta la legge Pinto per garantire un irrisorio ristoro (dai 400 agli 800 euro annui con annesso carico probatorio di non trascurabile importanza) per le vittime di processi di durata irragionevole. I numeri dei processi che sono andati oltre alla ragionevole durata sono allarmanti.
Già nel 2019 (quindi pre-pandemia), infatti, il segretario generale dell’associazione nazionale forense, Luigi Pasini, ha quantificato in 550.000 le cause pendenti dinanzi agli uffici giudiziari italiani e meritevoli di ristoro. In questo caso mi sembra di vedere un assurdo paradosso: non spendere per un ampliamento organico volto ad un più rapido “smaltimento” delle cause ma spendere per risarcire il cittadino che, secondo quanto indicato dall’art. 111 Cost., ha diritto ad un processo di ragionevole durata.
Dulcis in fundo, la “mazzata” finale sulle sorti dell’avvocato è arrivata con il COVID – 19. Le precarie condizioni economiche della maggior parte degli iscritti alla Cassa Forense si sono aggravate per effetto della pandemia e del blocco totale delle attività durato mesi. A mio parere, gli effetti peggiori e tragici, non sono ancora rilevabili perché nella maggior parte dei casi si sa, acquisire un cliente per un avvocato non vuol dire guadagnarci il giorno stesso, ma vuol dire guadagnarci concretamente all’esito della pratica (che in caso di contenzioso dura anni o lustri).
Limitandosi ad una analisi dell’ambito civilistico, la paralisi dei rapporti commerciali, del mondo del lavoro, della circolazione stradale, praticamente per l’intero 2020, non hanno consentito acquisizione di nuova clientela e oggi, in qualche modo, si vive delle cause già incoate (con montagne di rinvii di ufficio). Ma il vuoto in agenda arriverà in maniera impietosa ed inesorabile a causa del 2020, anche per gli studi più blasonati che fino ad ora hanno retto il colpo.
In questo buio pesto ci si aspettava almeno un lumino da parte della Cassa Forense, ente previdenziale presso il quale tutti noi versiamo ogni anno fior di contributi con quel contemporaneo rammarico perché difficilmente avremo la possibilità di rivedere un giorno tutta la nostra contribuzione. Tranne qualche rinvio di pagamento nulla si è visto all’orizzonte. Rinviare vuol dire comunque pagare; pagare come se tutto il volume perso nel 2020 ci verrà in qualche modo restituito. In realtà non ci verrà restituito nulla, perché nel 2020 da un punto di vista giudiziario è accaduto poco e nulla.
Per i neo avvocati nessuna spinta, nessun aiuto. Lasciati completamente a loro stessi.
Cosa ci resta da fare o da chiedere in questo deserto di voglia e di idee per rimettere in piedi quella che una volta era una professione nobile? Quanto ancora dovremo subire in silenzio, nell’indifferenza più totale del mondo politico e forense, oltre che dei nostri stessi colleghi, molti dei quali non conoscono il senso della colleganza?

Proviamo a quantomeno a pensare a delle proposte che potrebbero aiutarci:

  • Inserire un limite numerico dei tentativi di accesso alla professione forense (es. come per i notai);
  • Abbattimento del 4% della quota annuale dovuta per il pagamento della cassa forense (abbassando l’aliquota e non eliminando la CPA, che resterebbe quindi a carico del cliente);
  • Annullamento della contribuzione alla cassa per l’anno 2020 (per chi avesse già pagato restituzione delle somme);
  • Esenzione totale dal pagamento dei contributi previdenziali per i primi due anni di esercizio della professione.

Queste sono solo alcune idee che potrebbero e dovrebbero essere prese in considerazione per porre le basi per una reale riforma dell’avvocatura.

Un tentativo è doveroso, da parte di tutti noi avvocati, di far sentire davvero la nostra voce, la nostra frustrazione, la nostra rabbia, la nostra volontà di rivalsa. Per questo abbiamo dato vita ad una petizione su change.org https://www.change.org/onore-e-dignità-alla-figura-dell-avvocato e invitiamo tutti i colleghi, a sottoscrivere e farla sottoscrivere.

Siamo difensori dei diritti altrui, ma chi difende i nostri diritti?

avvocato

Ci mancava il Covid-19 a mortificare, inginocchiare e declassare ulteriormente una professione che fino al secolo scorso godeva di modelli 730 virtuosi e di grande rispetto da parte della società.
C’è stato un tempo in cui, quando ci si rivolgeva all’avvocato, lo si faceva con rispetto e ammirazione verso una figura culturalmente preparata e di elevata utilità sociale.
Ma perché questa professione ha raggiunto il fondo? Quando è iniziato il tracollo?  A chi sono attribuibili le responsabilità?
Chi scrive è un avvocato e, partendo dall’ultima domanda, penso che la colpa sia in primis da attribuire a noi stessi perché abbiamo taciuto sempre e da sempre, mettendo da parte la dignità di una professione che a parere di chi scrive è e resterà tra le più belle al mondo (nonostante tutto).
Sin dalla costituzione della nostra Repubblica, il Parlamento è sempre stato affollato da avvocati, figura che per necessità professionale è spesso dotata di buone abilità oratorie, quindi con inclinazione quasi naturale alla compatibilità con la vita politica.
Se leggiamo con attenzione la nostra Costituzione, baluardo del nostro ordinamento giuridico, ci accorgiamo che il ruolo dell’avvocato non viene esplicitamente richiamato al suo interno, ma solo indirettamente dall’art. 24, il quale recita“[…]La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione”.
Riconoscendo il diritto di difesa come diritto fondamentale, viene riconosciuta l’essenzialità del ruolo cui è chiamato a svolgere l’avvocato, della sua funzione sociale, di garante dei diritti fondamentali dei cittadini.
In verità, fino dagli ’90 non è che ci fosse poi così tanto da fare per mantener il decoro della professione; nel 1996 gli avvocati iscritti all’albo erano “soltanto” 86.939 (fonte Cassa Forense). Un numero che corrisponde a un terzo rispetto agli attuali iscritti e che era al cospetto di una nazione in costante crescita demografica e pertanto, per i colleghi di allora, risultava anche abbastanza agevole affrontare tutte le spese connesse all’esercizio della professione.
Tuttavia, dal 1996 (primo anno disponibile dei dati pubblicati da Cassa Forense) la crescita del numero degli iscritti è risultata costante e in alcuni anni vertiginosa mentre, d’altro canto, con l’inizio del nuovo millennio la crescita demografica iniziava a mostrare segnali di crisi. Nonostante ciò, e nonostante il Parlamento è tuttora frequentato da un elevato numero di colleghi, nulla si è fatto per tutelare chi già era iscritto, ma soprattutto per tutelare l’alta e meritata dignità della professione. Anzi, magari con un po’ di masochismo sono state introdotte delle norme addirittura sfavorevoli alla categoria, la quale si è vista estromessa da una serie di attività che prima di allora la vedevano quasi protagonista.
Non è la sede di tale tipologia di dibattito, ma basti pensare alla dubbia legittimità dell’introduzione dell’indennizzo diretto in materia di sinistri stradali: cittadini che ignari si rivolgono direttamente alla propria compagnia assicurativa per chiedere il ristoro dei danni subiti, senza alcuna necessità di intervento dell’avvocato. Poco importa se poi il cittadino si “beva” percentuali di responsabilità inesistenti, accettando importi irrisori e “il fermo tecnico” non sa nemmeno cosa sia.
Si pensi anche alla legittimità delle convenzioni sottoscritte con le banche con previsione di compensi davvero al limite della dignità e della sopravvivenza.
La ciliegina sulla torta di questa triste fotografia fin qui raccontata arriva dalla vecchia e cara Cassa Forense. Ogni anno il momento del pagamento della “cassa” equivale ad un incubo. Ingenti somme vengono puntualmente versate da ogni iscritto e, con ogni probabilità, non saranno mai riviste, oltre a un ulteriore contributo del 4%.
Ad oggi, su oltre 245.000 iscritti alla cassa, i pensionati per “vecchiaia” sono 14.269.
Verrebbe a questo punto da chiedersi: questi avvocati tanto bistrattati riceveranno almeno delle garanzie in termini di serenità lavorativa?
Per serenità lavorativa in questo caso dovrà intendersi: cancellerie di agevole accesso e rapida fruizione, ragionevole durata del processo, tutela e protezione da parte di Cassa Forense.
Con riferimento alla situazione delle cancellerie tutti noi operatori del settore sappiamo di quale genere di caos stiamo parlando. Tempi biblici anche solo per l’ottenimento di semplici copie e “digitalizzazione smart” davvero lontana dal potersi ritenere “amica” dell’avvocato (e dei Cancellieri).
Le responsabilità di questo caos non potranno di certo attribuirsi ai vari addetti di cancelleria che anzi, a dispetto della mole di lavoro a cui sono quotidianamente sottoposti, lavorano incessantemente per “smaltire” il loro carico il più velocemente possibile.
Con riferimento alla ragionevole durata del processo, l’avvocato trova anche qui un terreno in salita. La durata dei processi non è quasi mai ragionevole e per l’avvocato un momento abbastanza difficile è quello di comunicare al proprio assistito che la successiva udienza si terrà tra un anno e mezzo o due.
In ambito civile è intervenuta la legge Pinto per garantire un irrisorio ristoro (dai 400 agli 800 euro annui con annesso carico probatorio di non trascurabile importanza) per le vittime di processi di durata irragionevole. I numeri dei processi che sono andati oltre alla ragionevole durata sono allarmanti.
Già nel 2019 (quindi pre-pandemia), infatti, il segretario generale dell’associazione nazionale forense, Luigi Pasini, ha quantificato in 550.000 le cause pendenti dinanzi agli uffici giudiziari italiani e meritevoli di ristoro. In questo caso mi sembra di vedere un assurdo paradosso: non spendere per un ampliamento organico volto ad un più rapido “smaltimento” delle cause ma spendere per risarcire il cittadino che, secondo quanto indicato dall’art. 111 Cost., ha diritto ad un processo di ragionevole durata.
Dulcis in fundo, la “mazzata” finale sulle sorti dell’avvocato è arrivata con il COVID – 19. Le precarie condizioni economiche della maggior parte degli iscritti alla Cassa Forense si sono aggravate per effetto della pandemia e del blocco totale delle attività durato mesi. A mio parere, gli effetti peggiori e tragici, non sono ancora rilevabili perché nella maggior parte dei casi si sa, acquisire un cliente per un avvocato non vuol dire guadagnarci il giorno stesso, ma vuol dire guadagnarci concretamente all’esito della pratica (che in caso di contenzioso dura anni o lustri).
Limitandosi ad una analisi dell’ambito civilistico, la paralisi dei rapporti commerciali, del mondo del lavoro, della circolazione stradale, praticamente per l’intero 2020, non hanno consentito acquisizione di nuova clientela e oggi, in qualche modo, si vive delle cause già incoate (con montagne di rinvii di ufficio). Ma il vuoto in agenda arriverà in maniera impietosa ed inesorabile a causa del 2020, anche per gli studi più blasonati che fino ad ora hanno retto il colpo.
In questo buio pesto ci si aspettava almeno un lumino da parte della Cassa Forense, ente previdenziale presso il quale tutti noi versiamo ogni anno fior di contributi con quel contemporaneo rammarico perché difficilmente avremo la possibilità di rivedere un giorno tutta la nostra contribuzione. Tranne qualche rinvio di pagamento nulla si è visto all’orizzonte. Rinviare vuol dire comunque pagare; pagare come se tutto il volume perso nel 2020 ci verrà in qualche modo restituito. In realtà non ci verrà restituito nulla, perché nel 2020 da un punto di vista giudiziario è accaduto poco e nulla.
Per i neo avvocati nessuna spinta, nessun aiuto. Lasciati completamente a loro stessi.
Cosa ci resta da fare o da chiedere in questo deserto di voglia e di idee per rimettere in piedi quella che una volta era una professione nobile? Quanto ancora dovremo subire in silenzio, nell’indifferenza più totale del mondo politico e forense, oltre che dei nostri stessi colleghi, molti dei quali non conoscono il senso della colleganza?

Proviamo a quantomeno a pensare a delle proposte che potrebbero aiutarci:

  • Inserire un limite numerico dei tentativi di accesso alla professione forense (es. come per i notai);
  • Abbattimento del 4% della quota annuale dovuta per il pagamento della cassa forense (abbassando l’aliquota e non eliminando la CPA, che resterebbe quindi a carico del cliente);
  • Annullamento della contribuzione alla cassa per l’anno 2020 (per chi avesse già pagato restituzione delle somme);
  • Esenzione totale dal pagamento dei contributi previdenziali per i primi due anni di esercizio della professione.

Queste sono solo alcune idee che potrebbero e dovrebbero essere prese in considerazione per porre le basi per una reale riforma dell’avvocatura.

Un tentativo è doveroso, da parte di tutti noi avvocati, di far sentire davvero la nostra voce, la nostra frustrazione, la nostra rabbia, la nostra volontà di rivalsa. Per questo abbiamo dato vita ad una petizione su change.org https://www.change.org/onore-e-dignità-alla-figura-dell-avvocato e invitiamo tutti i colleghi, a sottoscrivere e farla sottoscrivere.

Siamo difensori dei diritti altrui, ma chi difende i nostri diritti?

Metti in mostra la tua 
professionalità!