Istigazione a delinquere per motivi di discriminazione raziale e la penale rilevanza dei like sui social network

Articolo a cura della Dott.ssa Annecchini Sara

Con una emblematica pronuncia – la numero 4534 del febbraio 2022 – i Giudici di Legittimità delineavano i margini del reato previsto dall’art. 604 bis c.p., rubricato “Propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etica e religiosa“.
Con tale delitto il legislatore punisce “Chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi“. La stessa Sentenza, inoltre, cala l’articolo di recente introduzione – nel 2018 – nel mondo moderno, confermando che social e internet sono, ormai, terreno fertile per la commissione di molteplici reati.
Si esplicita, con detta pronuncia, che i like sui post antisemiti, pubblicati sui social network, possono costituire un grave indizio – così come inteso ex art. 273 c.p.p. – del reato di istigazione all’odio razziale.
Il semplice like, infatti, secondo i Giudici di Piazza Cavour, se affiancato da altre evidenze, non rappresenta solo l’adesione al gruppo virtuale nazifascista, ma contribuisce alla maggiore diffusione di un messaggio, già di per sé idoneo, stante la sua presenza sui social, a raggiungere un numero indeterminato e sconfinato di persone (Cassazione penale, Sez. I, sentenza 9 febbraio 2022, n. 4534).

Razzismo social

1. Il fatto

G. condivideva e lasciava segni di apprezzamento, i c.d. Like, su diversi social network, tra cui Facebook, ad alcuni post pubblicati da un gruppo neo-nazista.
Secondo l’accusa tale comportamento integrava gli estremi del delitto previsto dall’art. 604 bis c.p.
Al sig. G., dunque, in fase di indagini, veniva applicata la misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla p.g. per il reato sopra detto.
Avverso l’ordinanza del G.I.P., la difesa di G. presentava riesame, ex art. 309 c.p.p., al Tribunale di Roma il quale, tuttavia, confermava la misura cautelare.
La difesa presentava, così, ricorso per Cassazione ex art. 311 c.p.p. .
La difesa dell’indagato, sosteneva che i like erano una mera espressione di gradimento/apprezzamento e non dimostravano né l’appartenenza ad un gruppo nazifascista né la condivisione degli scopi illeciti perseguiti dal gruppo stesso.

2. I motivi del ricorso in Cassazione

Il difensore di fiducia di G., nel ricorso per Cassazione, sviluppava i seguenti due motivi, nei limiti previsti dall’art. 173 norme di attuazione c.p.p. .
Con il primo motivo deduceva una violazione puramente sostanziale, secondo la quale il fatto storico non poteva sussumersi sotto l’alveo dell’art. 604 bis c.p. . Inoltre, il difensore, reclamava il vizio di motivazione in merito alla ricorrenza della fattispecie appena richiamata. In sostanza, la difesa lamentava che nel provvedimento del G.I.P. si rappresentava solo di un incontro avvenuto tra G. e gli appartenenti al gruppo neo-nazista. Tale comportamento, tuttavia, nulla aveva a che fare con quanto descritto e punito dall’art. 604 bis c.p.
Secondo quanto si apprendeva dalla lettura del ricorso in Cassazione, il comportamento del G. non poteva affatto definirsi come comportamento propagandistico. Inoltre, si rammentava, che il like del G. figurava in soli tre post, e potevano essere, al più, espressione di mero gradimento e non riconducibili ad un comportamento propagandistico. Si aggiungeva, inoltre, che il contenuto dei suddetti tre post non sfociava affatto nell’antisemitismo.
Con il secondo motivo si deduceva, invece, la violazione di legge e il vizio di motivazione in relazione al ritenuto pericolo di recidivaex art. 274 c.p.p. – ed in ordine all’adeguatezza della misura cautelare applicata. Infatti, a detta della difesa, il Tribunale non forniva elementi giustificativi della misura applicata.
L’ordinanza, dunque, limitativa della libertà del G., così strutturata, aveva mera natura punitiva e non social preventiva.

3. La decisione dei giudici di legittimità

Entrambi i motivi sopra esposti non superavano il vaglio di ammissibilità dei Giudici della Suprema Corte.
Quanto al primo motivo di ricorso, i Giudici di Cassazione rilevano che l’ordinanza del Tribunale di Riesame non si basava solo sull’incontro tra il G. e gli altri indagati, ma anche sulle sue plurime manifestazioni di adesione e condivisione dei messaggi nelle bacheche personali del ricorrente sui tre social network quali Facebook, VKontacte e Whatsapp. I post che figuravano sul profilo personale del ricorrente erano chiaramente dal contenuto negazionista, antisemita e discriminatorio per ragioni di razza.
I giudici di Legittimità, valorizzando anche il potenziale dei social network, sottolineavano come la propaganda a mezzo social cela, ad oggi, enorme potenziale propagandistico, essendo i contenuti su tali social visibili da un numero indeterminato di persone.
Vi è di più: si sottolineava, con la pronuncia di legittimità, come i like e i commenti del ricorrente influivano sull’algoritmo dei social e permettevano, così, maggior visibilità ai post contenenti messaggi di odio e discriminazione per motivi razziali.
I Giudici della Suprema Corte, mediante tale provvedimento, sottolineavano che in casi come questo, non può essere dimenticato il potenziale che si cela dietro la funzionalità “newsfeed”, ossia il continuo aggiornamento delle notizie. La Corte spiega come ogni attività degli utenti sui social è condizionata dal maggior numero di interazioni che riceve ogni singolo messaggio. Il fatto che l’algoritmo di Facebook si “nutra” di interazioni di ogni tipo rappresenta un discrimine rilevante per valutare un comportamento, che, nel caso di specie, integrava, stante quanto appena detto, il reato previsto dal nostro Legislatore nell’art. 604 bis c.p.
Il secondo motivo veniva dichiarato infondato e generico.
Infatti, secondo i Giudici della Suprema Corte, il pericolo di reiterazione delle condotte delittuose era da ritenersi fondato.
In particolare, tale pericolo si desumeva da elementi concreti ed attuali, quale le relazioni che il G. intratteneva con il movimento ed i suoi appartenenti, anche dopo essere venuto a conoscenza delle perquisizioni eseguite, nel 2019, nei confronti degli altri indagati, sintomatico, questo, della condivisione, da parte dello stesso, di ideologie con gli altri componenti del gruppo neo-nazista.

4. In conclusione

Secondo la Corte, i like e le condivisioni sui social network, sono, nel caso di specie, penalmente rilevanti, rappresentativi della adesione alle ideologie del gruppo neo-nazista ed idonee a far scattare il reato di istigazione all’odio razziale.
Quanto detto è ancor più vero quando si tratta di messaggi discriminatori e negazionisti contro gli ebrei dal contenuto esplicito (i quali venivano descritti come “veri nemici”) e contro la Shoah (la quale era definita “una menzogna madornale”). Non è certo la prima pronuncia di legittimità dalla quale si apprende che ormai i social, dal punto di vista giuridico, sono da considerarsi equiparati al mezzo pubblico per la dirompente carica del messaggio.
Con tale pronuncia, i Giudici di Legittimità, sottolineavano un elemento non trascurabile: ad oggi, con semplici like, ognuno è responsabile della “viralità” del messaggio contenuto nel post.
I più critici, in casi del genere parlano di reati di mera opinione (o ideologici) o di responsabilità oggettiva, o di processo alle intenzioni, ma la verità è che, ad oggi, non si può prescindere da una tutela precisa e rigorosa dei social network, i quali sono ormai lo spazio virtuale utilizzato per la commissione di molteplici reati a sfondo sessuale, razziale, diffamatorio o persecutorio.
La Cassazione, conscia di ciò, con la pronuncia sopra riportata, lo si precisa, non ritiene penalmente rilevante un mero like. Tale Sentenza, infatti, analizza tale interazione con le conseguenze che questo comportamento porta con se. Tuttavia, lo si ricorda, il rilancio dei post sui social, non era l’unico elemento indiziario a carico del ricorrente: conversazioni telefoniche dalle quali si apprendeva l’adesione dello stesso al gruppo di estrema destra neonazista, ed incontri del G. con alcuni esponenti di detto gruppo sono la base del ragionamento della Corte anche a fondamento dell’adozione della misura cautelare.
È una sentenza, quella in esame, di enorme importanza perché, non si parla semplicemente di social network ma, per la prima volta, si parla di algoritmo che regola e governa i social.

5. Critiche ed osservazioni

Se quanto detto sopra è vero, tuttavia, non si può prescindere da qualche critica ed osservazione.
Gli utenti non sono responsabili dell’algoritmo del social network. Infatti, la condivisione simboleggia solo l’opportunità, valutata dall’utente, che gli altri fruitori dei social, con i quali è virtualmente collegato, apprendano la vicinanza dello stesso ad una idea o un pensiero.
Ad oggi, dunque, ci si chiede ove vada rintracciata la linea che divide la esternazione di un qualsiasi pensiero, anche abietto – irrilevante penalmente – dalla propaganda – penalmente rilevante e cristallizzata dal legislatore del 2018 nell’art. sopra citato.
Preme qui rammentare, infatti, che reati come quello di propaganda e di istigazione a delinquere richiedono, ai fini della loro integrazione, il dolo quale elemento soggettivo. In casi come quello oggetto d’esame, tuttavia, rintracciare il dolo pare difficoltoso. La volontà di “appoggiare” un pensiero mediante like sui social non può essere confusa con la coscienza e volizione di fare propaganda.
Dubbi, dunque, sorgono necessariamente anche sul confine della libertà di pensiero, garantita dall’art. 21 della nostra Costituzione.
La mera manifestazione ideologica non è penalmente rilevante, mentre invece apologia, propaganda e ricerca di proseliti sono chiaramente perseguibili penalmente. La linea di demarcazione tra le due aree era da considerarsi abbastanza netta. Ad oggi invece, stante la funzione che ha l’algoritmo dei social, si finisce per rendere meno chiara e confusa tale distinzione.

razzismo social

1. Il fatto

G. condivideva e lasciava segni di apprezzamento, i c.d. Like, su diversi social network, tra cui Facebook, ad alcuni post pubblicati da un gruppo neo-nazista.
Secondo l’accusa tale comportamento integrava gli estremi del delitto previsto dall’art. 604 bis c.p.
Al sig. G., dunque, in fase di indagini, veniva applicata la misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla p.g. per il reato sopra detto.
Avverso l’ordinanza del G.I.P., la difesa di G. presentava riesame, ex art. 309 c.p.p., al Tribunale di Roma il quale, tuttavia, confermava la misura cautelare.
La difesa presentava, così, ricorso per Cassazione ex art. 311 c.p.p. .
La difesa dell’indagato, sosteneva che i like erano una mera espressione di gradimento/apprezzamento e non dimostravano né l’appartenenza ad un gruppo nazifascista né la condivisione degli scopi illeciti perseguiti dal gruppo stesso.

2. I motivi del ricorso in Cassazione

Il difensore di fiducia di G., nel ricorso per Cassazione, sviluppava i seguenti due motivi, nei limiti previsti dall’art. 173 norme di attuazione c.p.p. .
Con il primo motivo deduceva una violazione puramente sostanziale, secondo la quale il fatto storico non poteva sussumersi sotto l’alveo dell’art. 604 bis c.p. . Inoltre, il difensore, reclamava il vizio di motivazione in merito alla ricorrenza della fattispecie appena richiamata. In sostanza, la difesa lamentava che nel provvedimento del G.I.P. si rappresentava solo di un incontro avvenuto tra G. e gli appartenenti al gruppo neo-nazista. Tale comportamento, tuttavia, nulla aveva a che fare con quanto descritto e punito dall’art. 604 bis c.p.
Secondo quanto si apprendeva dalla lettura del ricorso in Cassazione, il comportamento del G. non poteva affatto definirsi come comportamento propagandistico. Inoltre, si rammentava, che il like del G. figurava in soli tre post, e potevano essere, al più, espressione di mero gradimento e non riconducibili ad un comportamento propagandistico. Si aggiungeva, inoltre, che il contenuto dei suddetti tre post non sfociava affatto nell’antisemitismo.
Con il secondo motivo si deduceva, invece, la violazione di legge e il vizio di motivazione in relazione al ritenuto pericolo di recidivaex art. 274 c.p.p. – ed in ordine all’adeguatezza della misura cautelare applicata. Infatti, a detta della difesa, il Tribunale non forniva elementi giustificativi della misura applicata.
L’ordinanza, dunque, limitativa della libertà del G., così strutturata, aveva mera natura punitiva e non social preventiva.

3. La decisione dei giudici di legittimità

Entrambi i motivi sopra esposti non superavano il vaglio di ammissibilità dei Giudici della Suprema Corte.
Quanto al primo motivo di ricorso, i Giudici di Cassazione rilevano che l’ordinanza del Tribunale di Riesame non si basava solo sull’incontro tra il G. e gli altri indagati, ma anche sulle sue plurime manifestazioni di adesione e condivisione dei messaggi nelle bacheche personali del ricorrente sui tre social network quali Facebook, VKontacte e Whatsapp. I post che figuravano sul profilo personale del ricorrente erano chiaramente dal contenuto negazionista, antisemita e discriminatorio per ragioni di razza.
I giudici di Legittimità, valorizzando anche il potenziale dei social network, sottolineavano come la propaganda a mezzo social cela, ad oggi, enorme potenziale propagandistico, essendo i contenuti su tali social visibili da un numero indeterminato di persone.
Vi è di più: si sottolineava, con la pronuncia di legittimità, come i like e i commenti del ricorrente influivano sull’algoritmo dei social e permettevano, così, maggior visibilità ai post contenenti messaggi di odio e discriminazione per motivi razziali.
I Giudici della Suprema Corte, mediante tale provvedimento, sottolineavano che in casi come questo, non può essere dimenticato il potenziale che si cela dietro la funzionalità “newsfeed”, ossia il continuo aggiornamento delle notizie. La Corte spiega come ogni attività degli utenti sui social è condizionata dal maggior numero di interazioni che riceve ogni singolo messaggio. Il fatto che l’algoritmo di Facebook si “nutra” di interazioni di ogni tipo rappresenta un discrimine rilevante per valutare un comportamento, che, nel caso di specie, integrava, stante quanto appena detto, il reato previsto dal nostro Legislatore nell’art. 604 bis c.p.
Il secondo motivo veniva dichiarato infondato e generico.
Infatti, secondo i Giudici della Suprema Corte, il pericolo di reiterazione delle condotte delittuose era da ritenersi fondato.
In particolare, tale pericolo si desumeva da elementi concreti ed attuali, quale le relazioni che il G. intratteneva con il movimento ed i suoi appartenenti, anche dopo essere venuto a conoscenza delle perquisizioni eseguite, nel 2019, nei confronti degli altri indagati, sintomatico, questo, della condivisione, da parte dello stesso, di ideologie con gli altri componenti del gruppo neo-nazista.

4. In conclusione

Secondo la Corte, i like e le condivisioni sui social network, sono, nel caso di specie, penalmente rilevanti, rappresentativi della adesione alle ideologie del gruppo neo-nazista ed idonee a far scattare il reato di istigazione all’odio razziale.
Quanto detto è ancor più vero quando si tratta di messaggi discriminatori e negazionisti contro gli ebrei dal contenuto esplicito (i quali venivano descritti come “veri nemici”) e contro la Shoah (la quale era definita “una menzogna madornale”). Non è certo la prima pronuncia di legittimità dalla quale si apprende che ormai i social, dal punto di vista giuridico, sono da considerarsi equiparati al mezzo pubblico per la dirompente carica del messaggio.
Con tale pronuncia, i Giudici di Legittimità, sottolineavano un elemento non trascurabile: ad oggi, con semplici like, ognuno è responsabile della “viralità” del messaggio contenuto nel post.
I più critici, in casi del genere parlano di reati di mera opinione (o ideologici) o di responsabilità oggettiva, o di processo alle intenzioni, ma la verità è che, ad oggi, non si può prescindere da una tutela precisa e rigorosa dei social network, i quali sono ormai lo spazio virtuale utilizzato per la commissione di molteplici reati a sfondo sessuale, razziale, diffamatorio o persecutorio.
La Cassazione, conscia di ciò, con la pronuncia sopra riportata, lo si precisa, non ritiene penalmente rilevante un mero like. Tale Sentenza, infatti, analizza tale interazione con le conseguenze che questo comportamento porta con se. Tuttavia, lo si ricorda, il rilancio dei post sui social, non era l’unico elemento indiziario a carico del ricorrente: conversazioni telefoniche dalle quali si apprendeva l’adesione dello stesso al gruppo di estrema destra neonazista, ed incontri del G. con alcuni esponenti di detto gruppo sono la base del ragionamento della Corte anche a fondamento dell’adozione della misura cautelare.
È una sentenza, quella in esame, di enorme importanza perché, non si parla semplicemente di social network ma, per la prima volta, si parla di algoritmo che regola e governa i social.

5. Critiche ed osservazioni

Se quanto detto sopra è vero, tuttavia, non si può prescindere da qualche critica ed osservazione.
Gli utenti non sono responsabili dell’algoritmo del social network. Infatti, la condivisione simboleggia solo l’opportunità, valutata dall’utente, che gli altri fruitori dei social, con i quali è virtualmente collegato, apprendano la vicinanza dello stesso ad una idea o un pensiero.
Ad oggi, dunque, ci si chiede ove vada rintracciata la linea che divide la esternazione di un qualsiasi pensiero, anche abietto – irrilevante penalmente – dalla propaganda – penalmente rilevante e cristallizzata dal legislatore del 2018 nell’art. sopra citato.
Preme qui rammentare, infatti, che reati come quello di propaganda e di istigazione a delinquere richiedono, ai fini della loro integrazione, il dolo quale elemento soggettivo. In casi come quello oggetto d’esame, tuttavia, rintracciare il dolo pare difficoltoso. La volontà di “appoggiare” un pensiero mediante like sui social non può essere confusa con la coscienza e volizione di fare propaganda.
Dubbi, dunque, sorgono necessariamente anche sul confine della libertà di pensiero, garantita dall’art. 21 della nostra Costituzione.
La mera manifestazione ideologica non è penalmente rilevante, mentre invece apologia, propaganda e ricerca di proseliti sono chiaramente perseguibili penalmente. La linea di demarcazione tra le due aree era da considerarsi abbastanza netta. Ad oggi invece, stante la funzione che ha l’algoritmo dei social, si finisce per rendere meno chiara e confusa tale distinzione.

Codici e leggi

Codice Ambiente

Codice Antimafia

Codice Antiriciclaggio

Codice Civile

Codice Crisi d’Impresa

Codice dei Beni Culturali

Codice dei Contratti Pubblici

Codice del Consumo

Codice del Terzo Settore

Codice del Turismo

Codice dell’Amministrazione Digitale

Codice della Navigazione

Codice della Privacy

Codice della Protezione Civile

Codice della Strada

Codice delle Assicurazioni

Codice delle Comunicazioni Elettroniche

Codice delle Pari Opportunità

Codice di Procedura Civile

Codice di Procedura Penale

Codice Giustizia Contabile

Codice Penale

Codice Processo Amministrativo

Codice Processo Tributario

Codice Proprietà Industriale

Codice Rosso

Costituzione

Decreto Cura Italia

Decreto Legge Balduzzi

Disposizioni attuazione Codice Civile e disposizioni transitorie

Disposizioni di attuazione del Codice di Procedura Civile

Disposizioni di attuazione del Codice Penale

DPR 445 – 2000

Legge 104

Legge 23 agosto 1988 n 400

Legge 68 del 1999 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili)

Legge Basaglia

Legge Bassanini

Legge Bassanini Bis

Legge Cambiaria

Legge Cure Palliative

Legge Di Bella

Legge Diritto d’Autore

Legge Equo Canone

Legge Fallimentare

Legge Gelli-Bianco

Legge Mediazione

Legge Pinto

Legge Severino

Legge Sovraindebitamento

Legge sul Divorzio

Legge sul Procedimento Amministrativo

Legge sulle Locazioni Abitative

Legge Testamento Biologico

Legge Unioni Civili

Norme di attuazione del Codice di Procedura Penale

Ordinamento Penitenziario

Preleggi

Statuto dei Lavoratori

Statuto del Contribuente

Testo Unico Bancario

Testo Unico Edilizia

Testo Unico Enti Locali

Testo Unico Espropri

Testo Unico Imposte sui Redditi

Testo Unico Iva

Testo Unico Leggi Pubblica Sicurezza

Testo Unico Sicurezza Lavoro

Testo Unico Stupefacenti

Testo Unico Successioni e Donazioni

Testo Unico sul Pubblico Impiego

Testo Unico sull’Immigrazione

Altre leggi

Codice Deontologico Forense

Codici Deontologici

Disciplina comunitaria e internazionale

Office Advice © 2020 – Tutti i diritti riservati – P.IVA 02542740747