Il reato di epidemia colposa da Coronavirus

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Alla luce delle recenti notizie di cronaca e del proliferare di indagini penali su tutto il territorio nazionale, appare utile una riflessione sulla configurabilità del reato di epidemia, nella sua forma dolosa e colposa, nella diffusione del contagio da Coronavirus.

epidemia colposa

Il delitto di epidemia colposa, in particolare, in capo al soggetto infetto da COVID-19 è un reato destinato a trovare spazi applicativi di fronte alla prima pandemia verificatasi dall’entrata in vigore del codice penale.

Sulla base dei più recenti approdi giurisprudenziali in materia, in questo articolo si cercherà di individuare quale sia la condotta penalmente rilevante, di definire l’evento e il nesso eziologico rispetto all’evento lesivo.

L’inchiesta sull’apertura delle discoteche in Sardegna

La Procura di Cagliari ha aperto un’inchiesta per epidemia colposa a seguito della recente messa in onda di un servizio della trasmissione Report sull’apertura delle discoteche estive in Sardegna. La decisione di favorire l’apertura delle discoteche lo scorso agosto avrebbe, infatti, facilitato la diffusione del COVID-19 prima sull’isola e poi in varie altre regioni d’Italia.

I magistrati sono impegnati a capire se la Regione abbia consentito l’apertura dei locali della Costa Smeralda nonostante fosse consapevole dei rischi. Le indagini sono affidate al procuratore aggiunto Paolo De Angelis, che guida il gruppo specializzato in colpe mediche. Nell’immediato gli investigatori della Procura si concentreranno sul parere del Comitato tecnico scientifico allegato alla decisione del governatore Solinas. Nel servizio di Report, infatti, vari consiglieri regionali di maggioranza e opposizione hanno fatto riferimento a tale documento, dichiarando tuttavia di non averlo mai visto. Lo stesso conduttore Sigfrido Ranucci ha rimarcato la stranezza di tale circostanza, ipotizzando che gli esperti della task force regionale possano non aver autorizzato la riapertura e sollevando il dubbio sull’esistenza stessa del documento.

Il reato di epidemia colposa

L’articolo 438 del codice penale punisce con l’ergastolo chiunque cagioni un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni. Stessa pena se dal fatto deriva la morte di più persone.

A norma dell’articolo 452 del codice penale il fatto è punibile anche a titolo di colpa: in questo caso la pena è la reclusione da uno a cinque anni.

In base alla più recente giurisprudenza di legittimità, le modalità della condotta non sono predeterminate.

In termini generali, l’epidemia è un delitto contro la salute pubblica collocato nel Titolo VI del Libro II del codice penale, dedicato ai delitti contro l’incolumità pubblica: si tratta di fatti che provocano un pericolo (o danno) di tale potenza espansiva o diffusività, da minacciare (o ledere) un numero indeterminato di persone non individuabili preventivamente. Tale tipologia di reato si caratterizza per la messa a repentaglio di una cerchia indeterminata di persone. Il legislatore anticipa così la tutela delle persone in modo da salvaguardarle ancor prima che divengano concreto bersaglio delle condotte pericolose penalmente sanzionate.

In breve, oltre al verificarsi di un evento infettivo sarà necessario che il contagio risulti pericoloso per un numero indeterminato e rilevante di persone come potrebbe d’altronde capitare per le manifestazioni epidemiologiche dell’attuale coronavirus.

L’epidemia colposa sarebbe allora applicabile anche ai casi di propagazione del coronavirus in strutture “chiuse”, come luoghi di detenzione, centri di permanenza per rimpatri, residenze sanitarie assistenziali, reparti ospedalieri non destinati a pazienti COVID-19.

Quando si può parlare di reato?

Un ruolo centrale ai fini dell’integrazione del reato di epidemia assume la condotta di “diffusione” consistente nello spargimento dei germi al fine di colpire in tempi brevi un numero elevato di soggetti.

Quindi, nelle modalità di manifestazione concreta, sebbene ad avviso della giurisprudenza non rilevi il tipo di condotta diffusiva purché questa sia idonea a cagionare un’epidemia, il reato incontra una notevole difficoltà pratica ad integrare gli estremi della fattispecie criminosa.

Nell’individuazione di responsabilità penalmente rilevanti verrebbe in rilievo il consolidato principio di diritto pronunciato sin dal 2008 dalle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione secondo cui: “l’evento tipico dell’epidemia si connota per diffusività incontrollabile all’interno di un numero rilevante di soggetti e quindi per una malattia contagiosa dal rapido e autonomo sviluppo entro un numero indeterminato di soggetti, per una durata cronologicamente limitata(Cass. Sez. Un., sent. n. 576 dell’11 gennaio 2008).

Dunque la differenza tra la rilevanza o meno della condotta del delitto in questione sarebbe rappresentata dal dato temporale entro cui si verifica il contagio, che contribuisce a qualificare la fattispecie in termini di reato di pericolo concreto per la pubblica incolumità, ovvero la facile trasmissibilità della malattia ad una cerchia di persone ancora più ampia.

In conclusione, a mente anche del severo trattamento sanzionatorio riservato alla fattispecie, la tesi preferibile appare senz’altro quella che impone un più rigoroso accertamento sugli elementi costitutivi del reato.

In tal senso, per la sussistenza del reato di epidemia da COVID-19 dovrà anzitutto accertarsi la manifestazione della patologia connessa causalmente alla condotta del soggetto attivo nonché la verificazione del concreto pericolo che l’infezione si propaghi ad un numero potenzialmente illimitato di altri soggetti in ragione della capacità di trasmissione degli agenti patogeni.

In assenza di tali requisiti (quando, ad esempio, l’evento dannoso riguardi un numero esiguo di persone, o vi sia una scarsa potenzialità di diffusione dell’agente patogeno) non sarà configurabile il reato di epidemia, ben potendo tuttavia la fattispecie ricadere nelle (meno gravi) ipotesi di lesioni e/o omicidio, nelle rispettive forme dolose o colpose.

Non da ultimo, è necessario evidenziare che in sede giudiziale dovrà essere accertato il nesso di causalità tra la verificazione dell’epidemia e la condotta dell’agente: un’operazione che, anche alla luce della scarsa conoscenza del COVID-19 e delle innumerevoli fonti di possibile contagio, parrebbe concretizzarsi in una difficile – se non quasi impossibile – prova.

Quando è opportuno rivolgersi ad un avvocato?

Come abbiamo visto, quando si tratta di reato di epidemia colposa le conseguenze possono essere molto gravi. Per questo motivo la consulenza con un avvocato è necessaria qualora le circostanze suggeriscano una potenziale configurabilità del reato in modo tale da fare chiarezza sull’accaduto e valutare le effettive conseguenze della condotta tenuta.

epidemia colposa

Il delitto di epidemia colposa, in particolare, in capo al soggetto infetto da COVID-19 è un reato destinato a trovare spazi applicativi di fronte alla prima pandemia verificatasi dall’entrata in vigore del codice penale.

Sulla base dei più recenti approdi giurisprudenziali in materia, in questo articolo si cercherà di individuare quale sia la condotta penalmente rilevante, di definire l’evento e il nesso eziologico rispetto all’evento lesivo.

L’inchiesta sull’apertura delle discoteche in Sardegna

La Procura di Cagliari ha aperto un’inchiesta per epidemia colposa a seguito della recente messa in onda di un servizio della trasmissione Report sull’apertura delle discoteche estive in Sardegna. La decisione di favorire l’apertura delle discoteche lo scorso agosto avrebbe, infatti, facilitato la diffusione del COVID-19 prima sull’isola e poi in varie altre regioni d’Italia.

I magistrati sono impegnati a capire se la Regione abbia consentito l’apertura dei locali della Costa Smeralda nonostante fosse consapevole dei rischi. Le indagini sono affidate al procuratore aggiunto Paolo De Angelis, che guida il gruppo specializzato in colpe mediche. Nell’immediato gli investigatori della Procura si concentreranno sul parere del Comitato tecnico scientifico allegato alla decisione del governatore Solinas. Nel servizio di Report, infatti, vari consiglieri regionali di maggioranza e opposizione hanno fatto riferimento a tale documento, dichiarando tuttavia di non averlo mai visto. Lo stesso conduttore Sigfrido Ranucci ha rimarcato la stranezza di tale circostanza, ipotizzando che gli esperti della task force regionale possano non aver autorizzato la riapertura e sollevando il dubbio sull’esistenza stessa del documento.

Il reato di epidemia colposa

L’articolo 438 del codice penale punisce con l’ergastolo chiunque cagioni un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni. Stessa pena se dal fatto deriva la morte di più persone.

A norma dell’articolo 452 del codice penale il fatto è punibile anche a titolo di colpa: in questo caso la pena è la reclusione da uno a cinque anni.

In base alla più recente giurisprudenza di legittimità, le modalità della condotta non sono predeterminate.

In termini generali, l’epidemia è un delitto contro la salute pubblica collocato nel Titolo VI del Libro II del codice penale, dedicato ai delitti contro l’incolumità pubblica: si tratta di fatti che provocano un pericolo (o danno) di tale potenza espansiva o diffusività, da minacciare (o ledere) un numero indeterminato di persone non individuabili preventivamente. Tale tipologia di reato si caratterizza per la messa a repentaglio di una cerchia indeterminata di persone. Il legislatore anticipa così la tutela delle persone in modo da salvaguardarle ancor prima che divengano concreto bersaglio delle condotte pericolose penalmente sanzionate.

In breve, oltre al verificarsi di un evento infettivo sarà necessario che il contagio risulti pericoloso per un numero indeterminato e rilevante di persone come potrebbe d’altronde capitare per le manifestazioni epidemiologiche dell’attuale coronavirus.

L’epidemia colposa sarebbe allora applicabile anche ai casi di propagazione del coronavirus in strutture “chiuse”, come luoghi di detenzione, centri di permanenza per rimpatri, residenze sanitarie assistenziali, reparti ospedalieri non destinati a pazienti COVID-19.

Quando si può parlare di reato?

Un ruolo centrale ai fini dell’integrazione del reato di epidemia assume la condotta di “diffusione” consistente nello spargimento dei germi al fine di colpire in tempi brevi un numero elevato di soggetti.

Quindi, nelle modalità di manifestazione concreta, sebbene ad avviso della giurisprudenza non rilevi il tipo di condotta diffusiva purché questa sia idonea a cagionare un’epidemia, il reato incontra una notevole difficoltà pratica ad integrare gli estremi della fattispecie criminosa.

Nell’individuazione di responsabilità penalmente rilevanti verrebbe in rilievo il consolidato principio di diritto pronunciato sin dal 2008 dalle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione secondo cui: “l’evento tipico dell’epidemia si connota per diffusività incontrollabile all’interno di un numero rilevante di soggetti e quindi per una malattia contagiosa dal rapido e autonomo sviluppo entro un numero indeterminato di soggetti, per una durata cronologicamente limitata(Cass. Sez. Un., sent. n. 576 dell’11 gennaio 2008).

Dunque la differenza tra la rilevanza o meno della condotta del delitto in questione sarebbe rappresentata dal dato temporale entro cui si verifica il contagio, che contribuisce a qualificare la fattispecie in termini di reato di pericolo concreto per la pubblica incolumità, ovvero la facile trasmissibilità della malattia ad una cerchia di persone ancora più ampia.

In conclusione, a mente anche del severo trattamento sanzionatorio riservato alla fattispecie, la tesi preferibile appare senz’altro quella che impone un più rigoroso accertamento sugli elementi costitutivi del reato.

In tal senso, per la sussistenza del reato di epidemia da COVID-19 dovrà anzitutto accertarsi la manifestazione della patologia connessa causalmente alla condotta del soggetto attivo nonché la verificazione del concreto pericolo che l’infezione si propaghi ad un numero potenzialmente illimitato di altri soggetti in ragione della capacità di trasmissione degli agenti patogeni.

In assenza di tali requisiti (quando, ad esempio, l’evento dannoso riguardi un numero esiguo di persone, o vi sia una scarsa potenzialità di diffusione dell’agente patogeno) non sarà configurabile il reato di epidemia, ben potendo tuttavia la fattispecie ricadere nelle (meno gravi) ipotesi di lesioni e/o omicidio, nelle rispettive forme dolose o colpose.

Non da ultimo, è necessario evidenziare che in sede giudiziale dovrà essere accertato il nesso di causalità tra la verificazione dell’epidemia e la condotta dell’agente: un’operazione che, anche alla luce della scarsa conoscenza del COVID-19 e delle innumerevoli fonti di possibile contagio, parrebbe concretizzarsi in una difficile – se non quasi impossibile – prova.

Quando è opportuno rivolgersi ad un avvocato?

Come abbiamo visto, quando si tratta di reato di epidemia colposa le conseguenze possono essere molto gravi. Per questo motivo la consulenza con un avvocato è necessaria qualora le circostanze suggeriscano una potenziale configurabilità del reato in modo tale da fare chiarezza sull’accaduto e valutare le effettive conseguenze della condotta tenuta.

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