Fisco tiranno: ristorante chiuso per tre giorni per aver applicato uno sconto di 1.50 euro

Due ordinanze della Corte di Cassazione (26309/2020 e 26322/2020) faranno molto discutere ed arrabbiare i commercianti italiani, già impegnati nella guerra economica contro le restrizioni governative dovute al rischio contagio da Covid-19.

Logo agenzia delle entrate

La prima sentenza è figlia di un processo costruito sulla rilevazione da parte dell’Agenzia delle Entrate verso un imprenditore che aveva versato solo 4 euro in meno del dovuto.
La Commissione Tributaria interessata a giudicare il fatto aveva dato ragione al contribuente, ma questa ordinanza è stata impugnata dinanzi alla Corte di Cassazione che ha deciso di accogliere il ricorso, compensando però le spese tenuto conto del modesto importo non versato (ndr. 4 euro)

La seconda sentenza invece vede contestare ad un ristorante l’emissione di tre ricevute per un importo superiore di 0.50 euro, per un totale di 1.50 euro, rispetto al relativo pagamento elettronico.
In poche parole il ristoratore non ha segnato sullo scontrino lo sconto, di 50 centesimi, che aveva applicato al momento del pagamento elettronico.

La pena per il povero ristoratore? Locale chiuso per tre giorni.

Anche in questo caso, inizialmente, la Commissione tributaria aveva accolto il ricorso del cliente ma l’Agenzia delle Entrate, imperterrita, ha impugnato la decisione e gli Ermellini ha deciso di accogliere il ricorso dell’Agenzia.

Quest’ultimo caso ha dell’incredibile: il ristoratore aveva dichiarato di più rispetto all’effettivo incassato e ha dovuto sopportare (e pagare) 3 processi (1 CTP, 1 CTR, 1 presso la Corte di Cassazione), ed ha visto persino l’intervento dell’Avvocatura dello Stato e della Procura Generale.

Preciso che il lavoro svolto dai giudici e dai rappresentanti dell’Agenzia è legittimo ma la domanda sorge spontanea:
Ne è valsa la pena?

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La prima sentenza è figlia di un processo costruito sulla rilevazione da parte dell’Agenzia delle Entrate verso un imprenditore che aveva versato solo 4 euro in meno del dovuto.
La Commissione Tributaria interessata a giudicare il fatto aveva dato ragione al contribuente, ma questa ordinanza è stata impugnata dinanzi alla Corte di Cassazione che ha deciso di accogliere il ricorso, compensando però le spese tenuto conto del modesto importo non versato (ndr. 4 euro)

La seconda sentenza invece vede contestare ad un ristorante l’emissione di tre ricevute per un importo superiore di 0.50 euro, per un totale di 1.50 euro, rispetto al relativo pagamento elettronico.
In poche parole il ristoratore non ha segnato sullo scontrino lo sconto, di 50 centesimi, che aveva applicato al momento del pagamento elettronico.

La pena per il povero ristoratore? Locale chiuso per tre giorni.

Anche in questo caso, inizialmente, la Commissione tributaria aveva accolto il ricorso del cliente ma l’Agenzia delle Entrate, imperterrita, ha impugnato la decisione e gli Ermellini ha deciso di accogliere il ricorso dell’Agenzia.

Quest’ultimo caso ha dell’incredibile: il ristoratore aveva dichiarato di più rispetto all’effettivo incassato e ha dovuto sopportare (e pagare) 3 processi (1 CTP, 1 CTR, 1 presso la Corte di Cassazione), ed ha visto persino l’intervento dell’Avvocatura dello Stato e della Procura Generale.

Preciso che il lavoro svolto dai giudici e dai rappresentanti dell’Agenzia è legittimo ma la domanda sorge spontanea:
Ne è valsa la pena?

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