Commento alla pronuncia SS.UU. Civili n. 21761 del 2021

Articolo a cura della Dott.ssa De Cicco Francesca

Commento-sentenza-ss-uu-21761-2021

1. Premessa: il panorama in cui si inserisce la pronuncia delle SS. UU. Civili n. 21761/2021

La tematica inerente alla gestione della crisi coniugale rappresenta, da sempre, una questione estremamente delicata, stante il suo inevitabile coinvolgimento di profili non solo patrimoniali, quanto anche etici e morali. In particolar modo, sempre più dibattuta è la problematica riguardante i cosiddetti “contratti post matrimoniali”: questi ultimi sono da qualificare come specifici accordi conclusi fra i coniugi, riguardanti, non soltanto il mantenimento del coniuge e degli eventuali figli (minorenni o maggiorenni non economicamente indipendenti) ma, più in generale, come accordi tesi alla regolazione di profili patrimoniali, direttamente riconducibili al rapporto coniugale precedentemente istaurato.
Preme evidenziare come la pronuncia in esame sia emessa a valle di un problematico conflitto interpretativo, inerente alla validità dei summenzionati accordi ovvero sulla possibilità di poter prevedere – all’interno dell’accordo di divorzio a domanda congiunta ovvero di separazione consensuale – specifiche clausole tese al riconoscimento, a favore di uno dei coniugi, della proprietà esclusiva di specifici beni mobili ed immobili.
Ebbene, all’interno del delineato panorama si inserisce la recente pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (SS.UU. n. 21761 del 29 luglio 2021), la quale ha avuto il pregio di aver dissipato la questione incentrata sulla validità del trasferimento immobiliare in esecuzione di accordi di separazione o di divorzio. La pronuncia in analisi si è posta l’obiettivo di rispondere al quesito concernente la possibilità di trasferire beni immobili – da un coniuge all’altro o pur anche a favore dei figli – per il tramite dell’atto giudiziario che ratifica l’accordo di separazione o di divorzio, senza la inderogabile necessità di un intervento da parte del notaio. Più specificamente, la questione era di stabilire se, attraverso l’autonomia negoziale, i coniugi – ovvero le parti – potessero giungere alla previsione, all’interno dell’accordo di divorzio a domanda congiunta o di separazione consensuale, di clausole funzionali a successivi trasferimenti, nonché di clausole che, per questa stessa ragione, non erano da annoverate fra quelle a contenuto necessario e funzionali agli accordi di divorzio e separazione. La pronuncia delle Sezioni Unite in analisi ripercorre, cosı̀, le differenti posizioni presenti in dottrina ed in giurisprudenza.

2.  Posizione dottrinali

Ebbene, la rilevanza della questione ha determinato l’insorgere di diverse posizioni dottrinali.
La posizione più restrittiva ritiene che le clausole in questione non possano essere considerate valide, stante il loro contenuto non riconducibile a questioni di primaria importanza, come lo sono, al contrario, i  provvedimenti riguardanti i coniugi e la prole relativamente all’affidamento e al mantenimento. Pertanto, secondo questa parte della dottrina, gli accordi tra i coniugi in sede di divorzio congiunto o di separazione consensuale non potrebbero avere ad oggetto un contenuto diverso da  quello  necessario,  riguardante  le  fattispecie dell’affidamento, del mantenimento dei figli, l’esercizio della responsabilità genitoriale, ovvero tutte quelle situazioni potenzialmente costituenti oggetto delle statuizione del giudice, per come stabilito dall’articolo 4 della l. n. 898/1979 per il divorzio, nonché dell’art. 158 c.c. per quanto concerne la separazione.
Una posizione intermedia, invece, ritiene che gli accordi in esame siano da considerarsi validi, a condizione che vengano adottati assumendo un esplicito obbligo di trasferimento in sede giudiziale, da effettuare in un secondo momento e per il tramite della redazione di un atto notarile, al fine di evitare il verificarsi di errori invalidanti.
È opportuno evidenziare come vi sia, in aggiunta, un terzo orientamento, il quale decide di approdare ad una posizione di maggiore apertura: secondo questo ultimo, nella definizione delle controversie da separazione o divorzio sarebbe opportuno occuparsi – unitariamente – di tutte le condizioni, cosı̀ delineando un contratto di definizione della crisi coniugale che si occupi della stabilizzazione di qualsivoglia rapporto sorto in costanza e immediatamente dopo la convivenza coniugale. Com’è facilmente comprensibile, questo ultimo orientamento si è posto in una posizione diametralmente opposta rispetto al primo, considerando le clausole in questione pienamente valide e qualificando l’accordo in questione come tipico, rientrante nella disciplina delineata dall’art. 711 c.p.c ovvero per come stabilito nel dettato dell’art. 4 della l. n. 898 del 1970.

3.  Posizioni giurisprudenziali precedenti

Alla luce di quanto detto, la pronuncia in esame, al fine di addivenire ad una posizione più chiara e definita, esamina la giurisprudenza di legittimità precedente che più volte, è stata investita dall’analisi della questione inerente la validità delle clausole dell’accordo di divorzio congiunto ovvero di separazione consensuale, con le quali le parti – ovvero i coniugi – si impegnavano a trasferire la proprietà di beni mobili ed immobili. Talune affermazioni di principio provengono e trovano origine in specifici casi di separazione che la Corte di Cassazione ha dovuto affrontare prima ancora che entrasse in vigore la legge sul divorzio e che, successivamente, finirono per trovare costante riscontro e applicazione, tanto nella successiva e più recente giurisprudenza, quanto con riguardo alle fattispecie di divorzio sorte per il tramite della l. n. 898 del 1970.
Le prime pronunce in materia rilevavano la validità delle clausole con le quali i coniugi, all’interno del verbale di separazione consensuale, riconoscevano la proprietà esclusiva di singoli beni mobili ed immobili in favore dell’uno e dell’altro coniuge (Cass. n. 4306 del 15 maggio 1997). In tal caso, l’accordo di separazione e, più specificamente, le clausole contenute al suo interno erano da considerare pienamente valide, in quanto inserite nel verbale d’udienza: cosı̀ operando, tali accordi e relative clausole assumevano forma di atto pubblico ai sensi dell’art. 2699 c.c., cosı̀ costituendo – in un momento successivo all’omologazione della sentenza – titolo per la trascrizione, senza che la validità dei trasferimenti venisse esclusa dalla circostanza che i beni trasferiti ricadevano nella comunione legale tra i coniugi; inoltre, questa pronuncia specificava un ulteriore passaggio fondamentale, secondo il quale la separazione consensuale fosse da annoverare fra i negozi di diritto familiare, disciplinati dagli artt. 150 e 158 c.c., nonché dall’art. 711 c.p.c., il quale ne imponeva la documentazione nel verbale d’udienza e ne faceva discendere la piena efficacia al momento dell’omologazione (cfr. Cass. n. 4306/1997).
Inoltre la pronuncia ha avuto l’importante merito di aver stabilito e affermato che gli accordi di separazione, contenenti clausole patrimoniali concernenti i beni mobili e immobili, fossero da considerare pienamente validi, presentando una tipicità propria e riscontrabile nella specifica necessità di sistemazione dei rapporti in occasione del delicato evento della separazione ovvero del divorzio. Tale orientamento ha trovato costante conferma nelle successive pronunce della Suprema Corte, le quali non hanno fatto atro che confermare  l’ammissibilità delle clausole in questione, affermandone la rilevanza con riguardo alla soddisfazione degli interessi delle parti, nel particolare e peculiare contesto costituito dalla crisi coniugale.
Le Sezione Unite n. 21761 del 2021 hanno, altresì, analizzato la giurisprudenza di legittimità di segno opposto, quest’ultima più volte espressa dai Giudici di merito, cosı̀ palesando un orientamento teso a negare la validità delle clausole in questione. I Giudici di merito avevano, infatti, più volte ritenuto come il solo verbale dell’udienza di comparizione dei coniugi non potesse costituire atto pubblico, bensì unicamente una semplice scrittura privata, la cui efficacia erga omnes potesse esplicarsi soltanto con una ripetizione del contratto nella forma dell’atto pubblico, cosı̀ da poter essere trascritto ai sensi del dettato dell’art. 2657 c.c.

4.  Soluzione prospettata dalle SS.UU. n. 21761/2021

La complessità e la diversità di posizioni e di orientamenti, è stata dissipata dalle Sezioni Unite in analisi, le quali – nella pronuncia n. 21761 del 27.07.2021 – hanno ritenuto di voler dare prosecuzione all’orientamento maggioritario espresso dalla giurisprudenza di legittimità. Più nello specifico, hanno dichiarato ammissibili gli accordi stipulati in sede di divorzio congiunto ovvero di separazione consensuale, con cui i coniugi vanno ad attuare, in via diretta, il trasferimento della proprietà di beni o di altro diritto reale sugli stessi. Pertanto, le Sezioni Unite hanno ritenuto validi gli accordi fra i coniugi, tesi a regolare gli aspetti patrimoniali, oltre quelli personali – inerenti alla vita familiare – rinvenendo come unico limite il rispetto dei diritti indisponibili degli stessi coniugi. È stato evidenziato, innanzitutto, come gli accordi dei coniugi fossero insindacabili da parte del Giudice, il quale può, tanto in sede di separazione, quanto in occasione del divorzio, occuparsi unicamente della verifica dell’inadeguatezza delle disposizioni in favore della prole, o in caso di divorzio, riscontrare la mancanza dei requisiti di legge per la cessazione degli effetti civili del matrimonio, non potendo, in ogni caso sindacare sulle scelte negoziali compiute dalle parti nella regolazione di tutti i loro rapporti. Pertanto, le parti devono poter decidere  autonomamente sulla  circostanza  inerente  al trasferimento immediato dei diritti immobiliari, poiché, se cosı̀ non fosse, si inciderebbe, illegittimamente, sull’autonomia privata delle parti, la quale risulta costituzionalmente tutelata dagli articoli 2, 3, 41 e 42 della Costituzione.
Nulla quaestio su come il fondamento costituzionale è ben rintracciabile nell’autonomia privata e, pertanto, nella volontà delle parti di individuare la più celere e idonea soluzione delle questioni economiche, potenzialmente pericolose, tanto per il contrasto tra i coniugi, quanto per l’eventuale formazione di un clima teso per gli stessi figli.
A questo punto, le Sezioni Unite hanno evidenziato come ultimo ed importante argomento fosse quello concernente la riserva notarile della stipula dei trasferimenti immobiliari. A riguardo, hanno specificato come il verbale di udienza di comparizione dei coniugi, redatto dal cancelliere ai sensi dell’art. 126 c.p.c. sarà dotato dei requisiti di forma scritta ex art. 1350 c.c., prescritti per i trasferimenti immobiliari e, pertanto, sarà anche atto pubblico avente fede privilegiata fino a querela di falso; spetterà alle parti presentare al cancelliere tutta la documentazione richiesta a pena di nullità necessaria al compimento delle opportune verifiche ipocatastali da parte del cancelliere.

5.  Principio di diritto

Ne è disceso il principio di diritto, secondo cui “sono valide le clausole dell’accordo di divorzio a domanda congiunta o di separazione consensuale che riconoscano la proprietà esclusiva di beni mobili ed immobili ovvero ne impongano il trasferimento a favore dei figli al fine di garantirne il mantenimento”. Allo stesso modo, le Sezioni Unite hanno affermato come il suddetto accordo inserito nel verbale di udienza – redatto da un ausiliario del giudice-assume la forma dell’atto pubblico ed è, dunque, titolo valido per la sua trascrizione ex articolo 2657 del Codice Civile” (Cass. SS.UU. n. 21761 del 2021). Affinché i trasferimenti immobiliari siano considerati validi, sarà solo necessaria la verifica – da parte del cancelliere – che le parti ovvero i coniugi abbiano prodotto tutti gli atti e le dichiarazioni necessari ai 6ini della validità dei trasferimenti immobiliari.

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1. Premessa: il panorama in cui si inserisce la pronuncia delle SS. UU. Civili n. 21761/2021

La tematica inerente alla gestione della crisi coniugale rappresenta, da sempre, una questione estremamente delicata, stante il suo inevitabile coinvolgimento di profili non solo patrimoniali, quanto anche etici e morali. In particolar modo, sempre più dibattuta è la problematica riguardante i cosiddetti “contratti post matrimoniali”: questi ultimi sono da qualificare come specifici accordi conclusi fra i coniugi, riguardanti, non soltanto il mantenimento del coniuge e degli eventuali figli (minorenni o maggiorenni non economicamente indipendenti) ma, più in generale, come accordi tesi alla regolazione di profili patrimoniali, direttamente riconducibili al rapporto coniugale precedentemente istaurato.
Preme evidenziare come la pronuncia in esame sia emessa a valle di un problematico conflitto interpretativo, inerente alla validità dei summenzionati accordi ovvero sulla possibilità di poter prevedere – all’interno dell’accordo di divorzio a domanda congiunta ovvero di separazione consensuale – specifiche clausole tese al riconoscimento, a favore di uno dei coniugi, della proprietà esclusiva di specifici beni mobili ed immobili.
Ebbene, all’interno del delineato panorama si inserisce la recente pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (SS.UU. n. 21761 del 29 luglio 2021), la quale ha avuto il pregio di aver dissipato la questione incentrata sulla validità del trasferimento immobiliare in esecuzione di accordi di separazione o di divorzio. La pronuncia in analisi si è posta l’obiettivo di rispondere al quesito concernente la possibilità di trasferire beni immobili – da un coniuge all’altro o pur anche a favore dei figli – per il tramite dell’atto giudiziario che ratifica l’accordo di separazione o di divorzio, senza la inderogabile necessità di un intervento da parte del notaio. Più specificamente, la questione era di stabilire se, attraverso l’autonomia negoziale, i coniugi – ovvero le parti – potessero giungere alla previsione, all’interno dell’accordo di divorzio a domanda congiunta o di separazione consensuale, di clausole funzionali a successivi trasferimenti, nonché di clausole che, per questa stessa ragione, non erano da annoverate fra quelle a contenuto necessario e funzionali agli accordi di divorzio e separazione. La pronuncia delle Sezioni Unite in analisi ripercorre, cosı̀, le differenti posizioni presenti in dottrina ed in giurisprudenza.

2.  Posizione dottrinali

Ebbene, la rilevanza della questione ha determinato l’insorgere di diverse posizioni dottrinali.
La posizione più restrittiva ritiene che le clausole in questione non possano essere considerate valide, stante il loro contenuto non riconducibile a questioni di primaria importanza, come lo sono, al contrario, i  provvedimenti riguardanti i coniugi e la prole relativamente all’affidamento e al mantenimento. Pertanto, secondo questa parte della dottrina, gli accordi tra i coniugi in sede di divorzio congiunto o di separazione consensuale non potrebbero avere ad oggetto un contenuto diverso da  quello  necessario,  riguardante  le  fattispecie dell’affidamento, del mantenimento dei figli, l’esercizio della responsabilità genitoriale, ovvero tutte quelle situazioni potenzialmente costituenti oggetto delle statuizione del giudice, per come stabilito dall’articolo 4 della l. n. 898/1979 per il divorzio, nonché dell’art. 158 c.c. per quanto concerne la separazione.
Una posizione intermedia, invece, ritiene che gli accordi in esame siano da considerarsi validi, a condizione che vengano adottati assumendo un esplicito obbligo di trasferimento in sede giudiziale, da effettuare in un secondo momento e per il tramite della redazione di un atto notarile, al fine di evitare il verificarsi di errori invalidanti.
È opportuno evidenziare come vi sia, in aggiunta, un terzo orientamento, il quale decide di approdare ad una posizione di maggiore apertura: secondo questo ultimo, nella definizione delle controversie da separazione o divorzio sarebbe opportuno occuparsi – unitariamente – di tutte le condizioni, cosı̀ delineando un contratto di definizione della crisi coniugale che si occupi della stabilizzazione di qualsivoglia rapporto sorto in costanza e immediatamente dopo la convivenza coniugale. Com’è facilmente comprensibile, questo ultimo orientamento si è posto in una posizione diametralmente opposta rispetto al primo, considerando le clausole in questione pienamente valide e qualificando l’accordo in questione come tipico, rientrante nella disciplina delineata dall’art. 711 c.p.c ovvero per come stabilito nel dettato dell’art. 4 della l. n. 898 del 1970.

3.  Posizioni giurisprudenziali precedenti

Alla luce di quanto detto, la pronuncia in esame, al fine di addivenire ad una posizione più chiara e definita, esamina la giurisprudenza di legittimità precedente che più volte, è stata investita dall’analisi della questione inerente la validità delle clausole dell’accordo di divorzio congiunto ovvero di separazione consensuale, con le quali le parti – ovvero i coniugi – si impegnavano a trasferire la proprietà di beni mobili ed immobili. Talune affermazioni di principio provengono e trovano origine in specifici casi di separazione che la Corte di Cassazione ha dovuto affrontare prima ancora che entrasse in vigore la legge sul divorzio e che, successivamente, finirono per trovare costante riscontro e applicazione, tanto nella successiva e più recente giurisprudenza, quanto con riguardo alle fattispecie di divorzio sorte per il tramite della l. n. 898 del 1970.
Le prime pronunce in materia rilevavano la validità delle clausole con le quali i coniugi, all’interno del verbale di separazione consensuale, riconoscevano la proprietà esclusiva di singoli beni mobili ed immobili in favore dell’uno e dell’altro coniuge (Cass. n. 4306 del 15 maggio 1997). In tal caso, l’accordo di separazione e, più specificamente, le clausole contenute al suo interno erano da considerare pienamente valide, in quanto inserite nel verbale d’udienza: cosı̀ operando, tali accordi e relative clausole assumevano forma di atto pubblico ai sensi dell’art. 2699 c.c., cosı̀ costituendo – in un momento successivo all’omologazione della sentenza – titolo per la trascrizione, senza che la validità dei trasferimenti venisse esclusa dalla circostanza che i beni trasferiti ricadevano nella comunione legale tra i coniugi; inoltre, questa pronuncia specificava un ulteriore passaggio fondamentale, secondo il quale la separazione consensuale fosse da annoverare fra i negozi di diritto familiare, disciplinati dagli artt. 150 e 158 c.c., nonché dall’art. 711 c.p.c., il quale ne imponeva la documentazione nel verbale d’udienza e ne faceva discendere la piena efficacia al momento dell’omologazione (cfr. Cass. n. 4306/1997).
Inoltre la pronuncia ha avuto l’importante merito di aver stabilito e affermato che gli accordi di separazione, contenenti clausole patrimoniali concernenti i beni mobili e immobili, fossero da considerare pienamente validi, presentando una tipicità propria e riscontrabile nella specifica necessità di sistemazione dei rapporti in occasione del delicato evento della separazione ovvero del divorzio. Tale orientamento ha trovato costante conferma nelle successive pronunce della Suprema Corte, le quali non hanno fatto atro che confermare  l’ammissibilità delle clausole in questione, affermandone la rilevanza con riguardo alla soddisfazione degli interessi delle parti, nel particolare e peculiare contesto costituito dalla crisi coniugale.
Le Sezione Unite n. 21761 del 2021 hanno, altresì, analizzato la giurisprudenza di legittimità di segno opposto, quest’ultima più volte espressa dai Giudici di merito, cosı̀ palesando un orientamento teso a negare la validità delle clausole in questione. I Giudici di merito avevano, infatti, più volte ritenuto come il solo verbale dell’udienza di comparizione dei coniugi non potesse costituire atto pubblico, bensì unicamente una semplice scrittura privata, la cui efficacia erga omnes potesse esplicarsi soltanto con una ripetizione del contratto nella forma dell’atto pubblico, cosı̀ da poter essere trascritto ai sensi del dettato dell’art. 2657 c.c.

4.  Soluzione prospettata dalle SS.UU. n. 21761/2021

La complessità e la diversità di posizioni e di orientamenti, è stata dissipata dalle Sezioni Unite in analisi, le quali – nella pronuncia n. 21761 del 27.07.2021 – hanno ritenuto di voler dare prosecuzione all’orientamento maggioritario espresso dalla giurisprudenza di legittimità. Più nello specifico, hanno dichiarato ammissibili gli accordi stipulati in sede di divorzio congiunto ovvero di separazione consensuale, con cui i coniugi vanno ad attuare, in via diretta, il trasferimento della proprietà di beni o di altro diritto reale sugli stessi. Pertanto, le Sezioni Unite hanno ritenuto validi gli accordi fra i coniugi, tesi a regolare gli aspetti patrimoniali, oltre quelli personali – inerenti alla vita familiare – rinvenendo come unico limite il rispetto dei diritti indisponibili degli stessi coniugi. È stato evidenziato, innanzitutto, come gli accordi dei coniugi fossero insindacabili da parte del Giudice, il quale può, tanto in sede di separazione, quanto in occasione del divorzio, occuparsi unicamente della verifica dell’inadeguatezza delle disposizioni in favore della prole, o in caso di divorzio, riscontrare la mancanza dei requisiti di legge per la cessazione degli effetti civili del matrimonio, non potendo, in ogni caso sindacare sulle scelte negoziali compiute dalle parti nella regolazione di tutti i loro rapporti. Pertanto, le parti devono poter decidere  autonomamente sulla  circostanza  inerente  al trasferimento immediato dei diritti immobiliari, poiché, se cosı̀ non fosse, si inciderebbe, illegittimamente, sull’autonomia privata delle parti, la quale risulta costituzionalmente tutelata dagli articoli 2, 3, 41 e 42 della Costituzione.
Nulla quaestio su come il fondamento costituzionale è ben rintracciabile nell’autonomia privata e, pertanto, nella volontà delle parti di individuare la più celere e idonea soluzione delle questioni economiche, potenzialmente pericolose, tanto per il contrasto tra i coniugi, quanto per l’eventuale formazione di un clima teso per gli stessi figli.
A questo punto, le Sezioni Unite hanno evidenziato come ultimo ed importante argomento fosse quello concernente la riserva notarile della stipula dei trasferimenti immobiliari. A riguardo, hanno specificato come il verbale di udienza di comparizione dei coniugi, redatto dal cancelliere ai sensi dell’art. 126 c.p.c. sarà dotato dei requisiti di forma scritta ex art. 1350 c.c., prescritti per i trasferimenti immobiliari e, pertanto, sarà anche atto pubblico avente fede privilegiata fino a querela di falso; spetterà alle parti presentare al cancelliere tutta la documentazione richiesta a pena di nullità necessaria al compimento delle opportune verifiche ipocatastali da parte del cancelliere.

5.  Principio di diritto

Ne è disceso il principio di diritto, secondo cui “sono valide le clausole dell’accordo di divorzio a domanda congiunta o di separazione consensuale che riconoscano la proprietà esclusiva di beni mobili ed immobili ovvero ne impongano il trasferimento a favore dei figli al fine di garantirne il mantenimento”. Allo stesso modo, le Sezioni Unite hanno affermato come il suddetto accordo inserito nel verbale di udienza – redatto da un ausiliario del giudice-assume la forma dell’atto pubblico ed è, dunque, titolo valido per la sua trascrizione ex articolo 2657 del Codice Civile” (Cass. SS.UU. n. 21761 del 2021). Affinché i trasferimenti immobiliari siano considerati validi, sarà solo necessaria la verifica – da parte del cancelliere – che le parti ovvero i coniugi abbiano prodotto tutti gli atti e le dichiarazioni necessari ai 6ini della validità dei trasferimenti immobiliari.

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