Il piccolo imprenditore

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La nozione di piccolo imprenditore ci viene fornita sia dal codice civile che dalla legge fallimentare.
Il codice civile distingue il piccolo imprenditore da quello medio-grande in base alle dimensioni dell’impresa; inoltre, la prevalenza del lavoro familiare costituisce il carattere fondamentale e distintivo di tutti i piccoli imprenditori.
La legge fallimentare, invece, non fornisce una vera e propria definizione di piccolo imprenditore ma stabilisce dei parametri al di sotto dei quali l’imprenditore non è soggetto al fallimento e, quindi, collegandosi alla definizione del codice civile, è considerato piccolo imprenditore.

1. Imprenditore

In base all’art. 2082 c.c. “È imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni e servizi”. In questa definizione rientrano gli imprenditori agricoli (art. 2135 c.c.), gli imprenditori commerciali (art. 2195 c.c.) e il piccolo imprenditore (art. 2083 c.c.).
Le distinzioni attuate nel codice civile sono da imputare alla diversa normativa riservata a ciascuna delle differenti categorie: all’imprenditore agricolo è applicato lo statuto dell’imprenditore agricolo, all’imprenditore commerciale lo statuto dell’imprenditore commerciale e al piccolo imprenditore lo statuto del piccolo imprenditore.

2. Statuto del piccolo imprenditore

Il piccolo imprenditore è soggetto alla disciplina generale dell’impresa; non trova pertanto applicazione lo statuto dell’imprenditore commerciale: ne consegue che il piccolo imprenditore è esonerato dall’obbligo di tenuta delle scritture contabili, non è soggetto al fallimento e alle altre procedure concorsuali. L’iscrizione presso il registro delle imprese ha, invece, solo funzione di pubblicità notizia.

3. Il piccolo imprenditore secondo il codice civile

L’art. 2083 c.c. disciplina la categoria dei piccoli imprenditori e definisce tali “i coltivatori diretti del fondo, gli artigiani, i piccoli commercianti e coloro che esercitano un’attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia”.

Perché si possa parlare di piccola impresa è necessario quindi che:
– L’imprenditore presti il proprio lavoro nell’impresa;
– Il lavoro dell’imprenditore e di eventuali collaboratori familiari deve essere prevalente sia rispetto al lavoro di terzi che rispetto al capitale.
La prevalenza dei collaboratori familiari è da intendersi in senso qualitativo-funzionale e non quantitativo: la loro prestazione deve avere rilevanza organizzativa all’interno dell’impresa.
Inoltre, con riferimento al capitale investito, non può essere considerato piccolo imprenditore colui che investe importanti quantità di capitali nell’impresa.

4. Il piccolo imprenditore nella legge fallimentare

Anche la legge fallimentare (Regio Decreto 267/1942) fornisce una definizione di piccolo imprenditore. Tale definizione ha subito delle modifiche in seguito all’emanazione di due decreti legislativi nel 2006 e nel 2007.

Il testo originario definiva piccoli imprenditori “gli imprenditori esercenti un’attività commerciale, i quali sono stati riconosciuti, in sede di accertamento ai fini dell’imposta di ricchezza mobile, titolari di un reddito inferiore al minimo imponibile. Quando è mancato l’accertamento ai fini dell’imposta di ricchezza mobile, sono considerati piccoli imprenditori gli imprenditori esercenti attività commerciale nella cui azienda risulta essere stato investito un capitale non superiore a lire novecentomila.”

La legge fallimentare, a differenza dell’accezione codicistica basata su parametri qualitativi, subordinava la qualità di piccolo imprenditore al possesso di requisiti del tutto quantitativi e monetari.

A causa dei due diversi criteri qualitativi e quantitativi posti alla base delle due definizioni, si rischiava di riconoscere e allo stesso tempo negare la qualità di piccolo imprenditore al medesimo soggetto. A tal proposito si rese necessaria una riformulazione della definizione fornita dalla legge fallimentare al fine di allinearla il più possibile a quella del codice civile. Questa esigenza è poi diventata doverosa nel momento in cui sono venuti meno i criteri quantitativi contenuti nella legge fallimentare e cioè la soppressione dell’imposta di ricchezza mobile rimpiazzata dall’Irpef a partire dal 1974 e la soppressione del requisito discriminate di 900.000 lire ritenuto incostituzionale poiché non adeguato a stabilire chi era soggetto al fallimento e chi non lo era.

La riforma del diritto fallimentare nel 2006 e la sua successiva modifica del 2007 hanno introdotto una nuova definizione di piccolo imprenditore. La nuova nozione, più che definire il piccolo imprenditore, individua dei parametri quantitativi e monetari al di sotto dei quali l’imprenditore commerciale non è soggetto al fallimento.

La definizione data dalla legge fallimentare stabilisce che l’imprenditore commerciale non è soggetto al fallimento e può definirsi piccolo imprenditore in seguito al possesso congiunto dei seguenti tre requisiti:

  • avere avuto nei tre esercizi precedenti l’istanza di fallimento un attivo patrimoniale non superiore ai 300.000 euro;
  • avere realizzato nei tre esercizi precedenti l’istanza di fallimento ricavi lordi non superiori ai 200.000 euro l’anno;
  • avere un ammontare di debiti non superiore a 500.000 euro.

Note