I due gemelli diversi: il reato di concussione ed il reato di induzione indebita

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Il reato di concussione e il reato di induzione indebita si caratterizzano per l’abuso di potere posto in essere da un pubblico ufficiale o incaricato di un pubblico servizio. Spesso, per tale analogia, concussione e induzione indebita sono considerati, erroneamente, sinonimi e i reati vengono confusi. In realtà si tratta di due diverse fattispecie delittuose che distinguono essenzialmente per le condotte assunte dai rispettivi soggetti attivi e passivi.

1. Introduzione: Legge c.d. “Severino” n.190 del 2012

Il reato di concussione ha subito una modifica strutturale con la Legge c.d. “Severino” n.190 del 2012, la quale ha realizzato il cosiddetto “spacchettamento” della concussione in due fattispecie differenti.
Specificatamente, a seconda che la condotta del soggetto attivo del reato si sostanzi come costrizione o induzione del soggetto passivo, rispettivamente si configurano: la concussione ex art. 317 c.p. e l’induzione indebita a dare o promettere utilità ex art. 319 quater c.p.
“Conseguentemente, la nuova disciplina ha mantenuto nell’art. 317 c.p. la sola condotta di costrizione, creando una nuova fattispecie per la condotta di induzione, tale fattispecie si caratterizza in particolare per la previsione del carattere residuale della norma e per la punibilità di colui che dà o promette denaro o altra utilità”. 1
Si evince come il legislatore del 2012 abbia avuto lo scopo precipuo di dare diverso rilievo alle due differenti condotte poste in essere dal pubblico agente nei riguardi del soggetto privato, risultando del tutto manifesta la continuità normativa fra la concussione per induzione di cui al previgente art. 317 c.p. ed il nuovo reato di cui all’art. 319-quater.2

2. Numerose affinità

Si palesano evidenti le numerose affinità sussistenti fra i due delitti a fronte delle differenze, invece, molto sottili.
Entrambi si caratterizzano per essere un reato proprio, poiché il soggetto attivo non può essere chiunque, ma esclusivamente il titolare di una determinata qualifica, ossia un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio.
Per pubblico ufficiale si intende colui che esercita una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa, mentre l’incaricato di pubblico servizio è colui che presta a qualunque titolo un servizio pubblico, purché non si tratti di mere mansioni d’ordine o prestazioni d’opera meramente materiale.
In entrambe le fattispecie i funzionari pubblici abusano delle proprie qualità o poteri, affinché il soggetto passivo prometta o dia indebitamente denaro o altra utilità a sé o ad un terzo.
L’abuso della qualità si identifica non solo nell’evocazione dell’esercizio dei poteri spettanti all’amministrazione di riferimento3, ma anche nella strumentalizzazione della propria posizione soggettiva rivestita all’interno della p.a., “indipendentemente dalla sfera di competenza specifica”.4
A tal proposito, non è necessario che l’atto intimidatorio o suggestivo rifletta esattamente e specificatamente la competenza del soggetto attivo, piuttosto, è sufficiente che la sua qualità soggettiva lo renda credibile ed idoneo a costringere o indurre all’indebita promessa o dazione di denaro o altra utilità.5
Dunque, si tratta di “condotte che, indipendentemente dalle competenze proprie del soggetto, consentano una strumentalizzazione della posizione di preminenza ricoperta dal medesimo rispetto al privato”.6
Diversamente, l’abuso dei poteri consiste nell’uso distorto delle attribuzioni dell’ufficio e si verifica quando “la condotta rientra nella competenza tipica dell’agente, quale manifestazione delle sue potestà funzionali per uno scopo diverso da quello per il quale sia investito”.7
L’elemento soggettivo richiesto per la configurazione delle due fattispecie è il dolo generico.
Mentre risulta cristallino il significato di denaro, per utilità s’intende un qualsiasi vantaggio personale, patrimoniale o non patrimoniale, materiale o morale, oggettivamente apprezzabile e ritenuto rilevante dalla consuetudine o dal comune convincimento.8

3. Sottili differenze

Dopo aver preso in rassegna i tratti speculari delle due fattispecie delittuose è opportuno focalizzarsi sulle differenze di rilievo.
Il reato di concussione ex art. 317 c.p. si configura quale delitto plurioffensivo, in quanto è finalizzato a tutelare sia il prestigio, il decoro, il buon andamento della pubblica amministrazione, in ossequio all’art. 97 Cost., sia il libero convincimento e l’integrità patrimoniale del soggetto privato.
È pacifico che il soggetto attivo del delitto sia un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe con violenza o minaccia di un male ingiusto l’”extraneus” a dare o promettere a lui o a un terzo, denaro o altra utilità.
Secondo l’orientamento della giurisprudenza, la concussione si consuma già al momento della promessa, può dunque dirsi che il delitto si perfeziona alternativamente con la promessa o con la dazione indebita per effetto dell’attività di costrizione.9
Tale delitto è caratterizzato dal punto di vista oggettivo da un abuso costrittivo del pubblico agente che si attua mediante violenza o minaccia di un danno contra ius da cui deriva una forte limitazione della libertà di scelta del destinatario che, senza alcun vantaggio indebito per sé, viene posto di fronte all’alternativa di subire un danno o di evitarlo grazie alla dazione o promessa di denaro o altra utilità.10
In questa fattispecie delittuosa, l’azione del soggetto attivo è caratterizzata da prepotenza, sopraffazione, da forme di pressione tali da annientare completamente l’integrità psichica e la libertà di autodeterminazione del soggetto passivo, il quale è costretto a dare o promettere, per effetto del timore di un male antigiuridico provocato dalla minaccia dell’agente. Invero, al destinatario non viene prospettato alcun vantaggio, piuttosto un’ingiustizia oggettiva o un danno ingiustificato.11
Al contrario, il reato di induzione indebita a dare o promettere utilità ex art. 319-quater c.p. si presenta come reato monoffensivo, in quanto l’unico bene giuridico protetto è l’imparzialità e il buon andamento della pubblica amministrazione.
Difatti, il cuore della riforma del 2012, è rappresentato dal cambio di veste del soggetto passivo, il quale non è più considerato una vittima, ma un concorrente necessario del reato, dunque sottoposto anch’egli alla sanzione della reclusione.
La condotta del soggetto attivo del reato di induzione indebita si caratterizza per non essere costrittiva, minacciosa e violenta, piuttosto, suggestiva, persuasiva e tale da determinare, anche tacitamente, una pressione morale di più tenue valore condizionante la libertà di autodeterminazione del destinatario.
Quest’ultimo, infatti, pur conservando un significativo margine decisionale, presta acquiescenza alla richiesta non dovuta, poiché motivato dalla “prospettiva di conseguire un indebito tornaconto personale”.12
E così, i reati di concussione ed induzione indebita si distinguono poiché l’agente pubblico, nella prima ipotesi delittuosa, agisce con forme di pressione idonee e capaci di annientare la libertà del destinatario della pretesa, il quale decide senza che gli sia prospettato alcun vantaggio, ma al solo scopo di evitare un male ingiusto, c.d. contra ius.
Al contrario, nell’ipotesi dell’induzione indebita, le modalità e le forme di pressione sono così blande, e talvolta implicite e tacite, da lasciare una libertà di scelta al destinatario, il quale accetta l’imposizione al fine di evitare, non un danno ingiusto ma legittimo, giusto, conforme alle previsioni normative, c.d. secundum ius.13
La condotta di induzione è poi a forma libera, non vincolata a schemi tassativi, è sufficiente che sia idonea ad influenzare la volontà dell’“extraneus”.

4. Conclusione: La sentenza della Suprema Corte del 24.10.2013, n. 12228

A tratteggiare in maniera univoca il discrimen tra la fattispecie di concussione (prevista dal novellato art. 317 c.p.) e quella di induzione indebita a dare o promettere utilità è la pronuncia a Sezioni Unite della Corte di Cassazione.
Si tratta della sentenza del 24.10.2013, n. 12228 anche nota come sentenza “Maldera”, con la quale la Suprema Corte ha preso posizione sui tre precedenti orientamenti giurisprudenziali delle sezioni semplici.
Il primo si focalizzava sul criterio dell’intensità della pressione prevaricatrice, il secondo sulla prospettazione del danno contra ius o secundum ius, il terzo optava per una commistione dei due.
Le S.U. sottolineano la necessità di un “approccio oggettivistico” senza trascurare la sfera volitiva del privato, ossia le spinte motivanti la promessa o dazione dello stesso: mentre l’essenza della concussione è la minaccia di un male ingiusto, quella dell’induzione è la spinta utilitaristica del privato, così come volta all’ottenimento di un trattamento di favore. Dunque l’induzione non costringe ma convince il privato, secondo una logica assimilabile a quella corruttiva.
Le S.U. concludono sostenendo che in caso di compresenza di danno ingiusto e vantaggio indebito è opportuno effettuare un bilanciamento e cogliere “il dato di maggiore significatività”, quindi comprendere se nel privato abbia prevalso la prospettiva di ottenere un vantaggio piuttosto che quella di evitare un danno.

Note

1 Cass., 07.05.2013, n. 21701.
2 Cass., S.U. 24.10.2013, n. 12228.
3 Cass., 13.01.2017, n. 8512.
4 Cass., 06.02.2020, n. 7971.
5 Cass., 30.03.2016, n. 25054.
6 Cass., 03.04.2003, n. 15742.
7 Cass., 09.07.2010, n. 45034.
8 Cass., 11.10.2013, n. 45970; Cass., 03.03.2009, n. 9528; Cass., S.U. 23.06.1993, n.7.
9 Cass., 03.11.2015, n. 45468.
10 Cass., 27.12.2018, n. 30740.
11 Cass., 17.09.2019, n.364; Cass., 03.11.2015, n.45468; Cass., 23.05.2013, n. 29338; Cass., 05.04.2013, n. 21975; Cass., 04.12.2012, n. 8695.
12 Trib. Pen. Foggia, 15.09.2017, n. 1830; Cass., 21.05.2014, n. 26500; Cass., 08.05.2013, n. 20428; Cass., 12.06.2013, n. 28431.
13 Cass., 23.05.2013, n. 29338; Cass., 05.12.2013, n. 21975.