Diritto all’oblio: caratteristiche e finalità

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Quando si parla di diritto all’oblio ci si riferisce all’ipotesi in cui un determinato individuo abbia la facoltà di chiedere ed ottenere la cancellazione dei propri dati personali e, contestualmente, il titolare del trattamento avrà l’obbligo di cancellarli senza alcun ritardo.
Sebbene in dottrina se ne parli da molto, complice l’avvento di internet, il diritto all’oblio ha raggiunto solo di recente una precisa e chiara connotazione giuridica.

1. Introduzione e quadro normativo

Il diritto all’oblio consiste letteralmente nel diritto ad essere dimenticati. L’istituto in questione ha assunto un importante rilievo nell’ultimo ventennio, ovvero in coincidenza del diffuso utilizzo di internet. Con questo strumento, infatti, i dati personali sono spesso assoggettati a grande esposizione e, a seguito di un abuso del trattamento da parte dei titolari, l’Unione Europea è dovuta intervenire con l’emanazione di un apposito regolamento, ovvero il n. 679 del 27 aprile del 2016.

2. Finalità del regolamento 679/2016 (GDPR)

Come descritto dall’articolo uno del regolamento 679/2016, definito anche GDPR (acronimo di Global Data Protection Regulation), la sua finalità è quella di proteggere le persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alle modalità in cui, gli stessi dati, possano circolare.
L’ambito di applicazione territoriale riguarda tutti gli stati facenti parte dell’unione europea.

3. L’art. 17 del GDPR e il diritto all’oblio

Tra i 99 articoli presenti nel c.d. GDPR, è l’art. 17 a fornire una chiara nozione sul diritto all’oblio. Ai sensi della medesima norma, infatti, l’interessato ha il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei dati personali che lo riguardano senza ingiustificato ritardo, qualora sussista una delle seguenti ipotesi:

– i dati personali non risultano più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o trattati;
– l’interessato revoca il consenso su cui si basa il trattamento;
– l’interessato si oppone al trattamento dei propri dati (come ad es. per i casi di marketing diretto o notizie di cronaca ormai obsolete);
– i dati personali vengono utilizzati in maniera illecita;
– i dati sono stati raccolti relativamente all’offerta di servizi delle società dell’informazione.

4. Il contrasto tra diritto di cronaca e diritto all’oblio

Con il recepimento del novellato GDPR è risultato abbastanza chiaro sin da subito quali siano i comportamenti da adottare da parte dei titolari del trattamento e quali siano le circostanze in cui la persona interessata possa intervenire per chiedere la cancellazione ovvero l’inutilizzo dei propri dati personali. Tuttavia, è risultato motivo di lungo contrasto giurisprudenziale il diritto di cronaca con quello all’oblio. Il primo, infatti, trova da sempre primaria tutela nell’art. 21 della Costituzione, che al secondo comma chiarisce come la stampa, in ossequio alla libertà di manifestare liberamente il proprio pensiero, non possa essere assoggettata a qualsiasi tipo di censura; il secondo nel predetto regolamento europeo. 
Allo stesso tempo però, con l’avvento di internet, le notizie riportate online assumono un carattere “permanente” ovvero, mentre nel caso della carta stampata il diritto di cronaca rimane circoscritto al periodo di diffusione del giornale, in internet è possibile (anzi è consuetudine) che la notizia resti per sempre online.

4.1 La risoluzione del contrasto da parte della Suprema Corte

Per risolvere il contrasto prospettato nel paragrafo precedente, gli ermellini hanno chiarito che il diritto di cronaca può prevalere su quello all’oblio, a patto che sussistano determinate condizioni. Tra le principali ritroviamo:

– il contributo effettivamente dato dalla notizia ad un dibattito attuale di pubblico interesse;
– l’interesse attuale alla diffusione;
– la notorietà del soggetto oggetto di cronaca.

In assenza di qualsiasi tra le predette circostanze quindi, sarà invece il diritto all’oblio a prevalere su quello di cronaca.

4.1.1 La massima ufficiale a Sezioni Unite

Si riporta di seguito la massima ufficiale emanata dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite, Civile, con la sentenza del 22 luglio 2019 n. 19681:

In tema di rapporti tra diritto alla riservatezza (nella sua particolare connotazione del c.d. diritto all’oblio) e diritto alla rievocazione storica di fatti e vicende concernenti eventi del passato, il giudice di merito – ferma restando la libertà della scelta editoriale in ordine a tale rievocazione, che è espressione della libertà di stampa e di informazione protetta e garantita dall’art. 21 Cost. – ha il compito di valutare l’interesse pubblico, concreto ed attuale alla menzione degli elementi identificativi delle persone che di quei fatti e di quelle vicende furono protagonisti. Tale menzione deve ritenersi lecita solo nell’ipotesi in cui si riferisca a personaggi che destino nel momento presente l’interesse della collettività, sia per ragioni di notorietà che per il ruolo pubblico rivestito. In caso contrario, prevale il diritto degli interessati alla riservatezza rispetto ad avvenimenti del passato che li feriscano nella dignità e nell’onore e dei quali si sia ormai spenta la memoria collettiva. (Fattispecie relativa ad un omicidio commesso ventisette anni prima, il cui responsabile aveva scontato la relativa pena detentiva e si era reinserito positivamente nel contesto sociale).

5. Il diritto alla deindicizzazione

Un diritto correlato al diritto all’oblio è il diritto alla deindicizzazione dai motori di ricerca presenti in internet. Per deindicizzazione dovrà intendersi quel procedimento che rende invisibili i propri dati personali a qualsiasi tipo di ricerca in internet (utilizzando ad es. google, yahoo, bing ecc).
Per fare un esempio, se Tizio nel 2010 ha commesso un reato per il quale è stato oggetto di cronaca, è probabile che scrivendo il suo nome e cognome nella barra di ricerca compaia ancora oggi la ormai obsoleta notizia di cronaca. In tal caso Tizio, potrà chiedere direttamente ai motori di ricerca di rimuovere i propri dati di modo tale che, inserendo il proprio nome e cognome, non compaia la notizia lesiva della sua reputazione.
Tale diritto è stato cristallizzato dall’ordinanza n. 9147 emessa dalla prima sezione civile della Suprema Corte di Cassazione il 19 maggio 2020, la quale ha sancito che “Il diritto all’oblio consiste nel non rimanere esposti senza limiti di tempo ad una rappresentazione non più attuale della propria persona con pregiudizio alla reputazione ed alla riservatezza, a causa della ripubblicazione, a distanza di un importante intervallo temporale, di una notizia relativa a fatti del passato, ma la tutela del menzionato diritto va posta in bilanciamento con l’interesse pubblico alla conoscenza del fatto, espressione del diritto di manifestazione del pensiero e quindi di cronaca e di conservazione della notizia per finalità storico-sociale e documentaristica, sicchè nel caso di notizia pubblicata sul “web”, il medesimo può trovare soddisfazione anche nella sola “deindicizzazione” dell’articolo dai motori di ricerca. (Nella specie la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza impugnata che, nel disporre senz’altro la cancellazione della notizia relativa ad una vicenda giudiziaria mantenuta “on line”, non aveva operato il necessario bilanciamento tra il diritto all’oblio e quelli di cronaca giudiziaria e di documentazione ed archiviazione).

6. Ultime dalla Corte di Cassazione

“È lecita la permanenza di un articolo di stampa nell’archivio informatico di un quotidiano, relativo a fatti risalenti nel tempo oggetto di cronaca giudiziaria, che abbiano ancora un interesse pubblico di tipo storico o socio-economico, purché l’articolo sia deindicizzato dai siti generalisti e reperibile solo attraverso l’archivio storico del quotidiano, in tal modo contemperandosi in modo bilanciato il diritto ex art. 21 Cost. della collettività ad essere informata e a conservare memoria del fatto storico, con quello del titolare dei dati personali archiviati a non subire una indebita compressione della propria immagine sociale. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva respinto la domanda degli eredi di un imprenditore deceduto, tesa ad ottenere la cancellazione dall’archivio “on line” di un quotidiano, dell’articolo che si riferiva ad inchieste giudiziarie in ordine a fatti penalmente rilevanti commessi dal defunto).” (Cass. Sez. I, ordinanza del 27 marzo 2020 n. 7559)

“In tema di diritto alla riservatezza, dal quadro normativo e giurisprudenziale nazionale (artt. 2 Cost., 10 c.c. e 97 della l. n. 633 del 1941) ed europeo (artt. 8 e 10, comma 2, della CEDU e 7 e 8 della c.d. “Carta di Nizza”), si ricava che il diritto fondamentale all’oblio può subire una compressione, a favore dell’ugualmente fondamentale diritto di cronaca, solo in presenza dei seguenti specifici presupposti: 1) il contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico; 2) l’interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell’immagine o della notizia (per ragioni di giustizia, di polizia o di tutela dei diritti e delle libertà altrui, ovvero per scopi scientifici, didattici o culturali); 3) l’elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica del Paese; 4) le modalità impiegate per ottenere e nel dare l’informazione, che deve essere veritiera, diffusa con modalità non eccedenti lo scopo informativo, nell’interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali, sì da evidenziare un esclusivo interesse oggettivo alla nuova diffusione; 5) la preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine a distanza di tempo, in modo da consentire all’interessato il diritto di replica prima della sua divulgazione al pubblico. (Nella specie la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza della corte d’appello che aveva respinto la domanda di risarcimento del danno avanzata da un noto cantautore, a seguito della trasmissione su una rete televisiva, ad oltre cinque anni dall’accaduto, delle immagini relative al suo rifiuto di rilasciare un’intervista accompagnate da commenti denigratori).” (Cass. Sez. I, ordinanza del 20 marzo 2018 n. 6919)

In tema di trattamento dei dati personali, ai sensi dell’art. 8 della CEDU nonché degli artt. 7 e 8 della cd. “Carta di Nizza”, l’interessato non ha diritto ad ottenere la cancellazione dei dati iscritti in un pubblico registro ed è legittima la loro conservazione quando essa sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui. (Cass. Sez. I, ordinanza del 9 agosto 2017 n. 19761)

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