La disciplina della concorrenza sleale

La libertà di iniziativa economica e la conseguente libertà di concorrenza implicano rapporti reciproci tra imprenditori che operano sullo stesso mercato e che sono tenuti al rispetto di comportamenti idonei a svolgere l’esercizio della propria attività senza ledere l’interesse dei concorrenti.

1. Concorrenza tra imprenditori

Due o più imprenditori sono in rapporto di concorrenza quando la loro attività, affine sia per l’oggetto che territorialità, è rivolta allo stesso segmento di clientela.
Ciascun imprenditore che opera su un mercato fortemente concorrenziale mette in pratica azioni e strategie finalizzate al raggiungimento di un segmento di clientela quanto più ampio possibile rispetto ai propri concorrenti. È necessario, però, che tutto questo si svolga correttamente e lealmente e non attraverso comportamenti illeciti volti a danneggiare gli altri operatori presenti sul mercato.

2. La concorrenza sleale

La concorrenza sleale è la manifestazione e l’attuazione di atteggiamenti scorretti messi in atto da imprenditori con il fine di screditare o creare un danno di immagine a imprenditori concorrenti e sottrarre loro la clientela.
In regime di concorrenza è fondamentale garantire una competizione leale che dia la possibilità a ciascun imprenditore di sviluppare le proprie qualità e raggiungere gli obiettivi senza alcuna intercessione illecita.
È quindi importante chiarire quali sono i comportamenti leali e distinguerli da quelli illeciti fautori di una concorrenza del tutto sleale.
La legislazione è intervenuta in merito in maniera piuttosto graduale.
Le prime regolamentazioni in materia di concorrenza sleale risalgono al 1800 quando gli sviluppi economici hanno reso necessaria la predisposizione di normative per regolare lo svolgimento delle attività economiche.
Una serie di accordi regolatori, ritenuti scarsamente sufficienti a consentire il leale sviluppo economico, aprirono la strada poi alla disciplina dell’illecito civile. Tale disciplina, contenuta nell’art. 1151 del codice civile del 1865, configurava gli atti di concorrenza sleale come illeciti civili e prevedeva il risarcimento del danno a favore del danneggiato.
Il contributo importante fu poi dato dalla Convenzione di Parigi del 1883 il cui art. 10 disciplinava la concorrenza sleale. Questo è stato il principale riferimento normativo nazionale fino all’entrata in vigore del codice civile del 1942 i cui artt. 2598 e ss., ispirati alla convenzione, si occupano di disciplinare le posizioni imprenditoriali contro gli atti di concorrenza sleale.

3. Illecito civile e concorrenza sleale

Entrambe le discipline regolate oggi dall’art. 2043 c.c. in tema di illecito civile e dagli artt. 25982601 c.c. in tema di concorrenza sleale hanno la funzione di prevenire e reprimere atti e fatti che cagionano un danno ingiusto.
La disciplina dell’illecito civile rappresenta la disciplina generale che tutela l’interesse privato contro la violazione di una determinata norma. Costituisce quindi il genus della disciplina della concorrenza sleale che risulta quindi essere species dell’illecito civile in quanto rappresenta la specifica regolamentazione del rapporto che intercorre tra due o più imprenditori concorrenti.
Le discipline presentano differenze e analogie: entrambe hanno la funzione di reprimere gli illeciti idonei a cagionare danno ingiusto ma si differenziano per tre aspetti importanti.
Gli atti di concorrenza sleale definiti illeciti concorrenziali sono individuati e sanzionati (a differenza dell’illecito civile):

  • In assenza di dolo o colpa;
  • Anche se non è stato cagionato un effettivo danno a scapito dei concorrenti: è sufficiente vi sia il danno potenziale (l’illecito compiuto non arreca alcun danno pur essendo idoneo a danneggiare);
  • Attraverso sanzioni tipiche che non si limitano al risarcimento del danno.

4. Ambito di applicazione della disciplina della concorrenza sleale

Abbiamo già chiarito che la concorrenza sleale è l’attuazione di una serie di atti illeciti mirati ad accrescere la posizione di un soggetto a discapito di un altro finalizzati a confondere e attrarre potenziali clienti (il cosiddetto sviamento della clientela). Vediamo però nello specifico la qualifica che caratterizza questi soggetti e il rapporto che li lega.
La disciplina della concorrenza sleale trova applicazione quando sono compiuti illeciti concorrenziali da parte di un soggetto contro un altro entrambi aventi la qualifica di imprenditore e quando sussiste un rapporto di concorrenza tra i predetti imprenditori.
La disciplina relativa non trova applicazione se manca una delle sopracitate condizioni di qualifica imprenditoriale e rapporto concorrenziale: in tal caso trova applicazione la disciplina dell’illecito civile.
A tal proposito è bene precisare che vi sono casi in cui la disciplina trova applicazione anche quando l’illecito non riguarda direttamente soggetti qualificati come imprenditori ma sono comunque compiuti indirettamente dall’imprenditore: quando cioè gli atti e i fatti sono conclusi da altri per suo conto (è il caso ad esempio di comportamenti illeciti di procuratori, institori, commessi).
Le norme relative alla repressione di illeciti concorrenziali non disciplinano solo il rapporto orizzontale tra due soggetti in concorrenza (imprenditoreimprenditore). Rientrano nella disciplina anche i rapporti che scaturiscono da una concorrenza verticale. La concorrenza verticale (che si verifica ad esempio nel caso di un produttore e un rivenditore) riguarda soggetti che occupano posizioni diverse nella catena di distribuzione. La disciplina trova applicazione se e solo se entrambi i soggetti gerarchicamente differenti si rivolgono alla stessa categoria di consumatori.

5. La tutela del consumatore

La disciplina della concorrenza regola in primo piano il rapporto che intercorre tra due o più imprenditori, ma non solo. La disciplina infatti gode della proprietà transitiva: la garanzia del corretto svolgimento delle attività sul mercato proprie della disciplina implica indirettamente anche la tutela del pubblico dei consumatori. Gli illeciti concorrenziali, infatti, danneggiano i competitors attraverso il compimento di strategie scorrette, per l’appunto illecite, che ingannano il consumatore confondendolo, disorientandolo e indirizzandolo verso un’offerta, probabilmente, solo apparentemente conveniente in termini di qualità o costo.
La disciplina della concorrenza sleale mira a garantire la trasparenza su un mercato in cui i clienti devono poter valutare le alternative, al netto di inganni e strategie scorrette, in modo orientare le loro decisioni verso l’offerta che realmente soddisfa i loro bisogni.

6. Le ultime sentenze della Corte di Cassazione

In tema di concorrenza sleale, la violazione di norme pubblicistiche che non siano direttamente rivolte a porre limiti all’esercizio dell’attività imprenditoriale, integra la fattispecie illecita o quando è accompagnata dal compimento di atti di concorrenza potenzialmente lesivi dei diritti altrui ovvero quando, di per sé stessa, abbia prodotto un vantaggio concorrenziale che non si sarebbe determinato se la norma fosse stata osservata. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza con la quale la Corte di appello aveva ritenuto sia che l’esercizio dell’attività di trasporto pubblico locale senza autorizzazione integrava una condotta di per sé concorrenzialmente illecita, sia che comunque tale condotta era stata realizzata godendo di consistenti aiuti pubblici che consentivano di praticare un prezzo del servizio inferiore a quello dei concorrenti). Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 37659 del 30 novembre 2021 (Cass. civ. n. 37659/2021)

In tema di concorrenza sleale, il rapporto di concorrenza tra due o più imprenditori, derivante dal contemporaneo esercizio di una medesima attività industriale o commerciale in un ambito territoriale anche solo potenzialmente comune, comporta che la comunanza di clientela non è data dall’identità soggettiva degli acquirenti dei prodotti, bensì dall’insieme dei consumatori che sentono il medesimo bisogno di mercato e, pertanto, si rivolgono a tutti i prodotti, uguali ovvero affini o succedanei a quelli posti in commercio dall’imprenditore che lamenta la concorrenza sleale, che sono in grado di soddisfare quel bisogno. Cassazione civile, Sez. I, ordinanza n. 12364 del 18 maggio 2018 (Cass. civ. n. 12364/2018)

La concorrenza sleale costituisce fattispecie tipicamente riconducibile ai soggetti del mercato in concorrenza, sicché non è ravvisabile ove manchi il presupposto soggettivo del cosiddetto “rapporto di concorrenzialità”; l’illecito, peraltro, non è escluso se l’atto lesivo sia stato posto in essere un soggetto (il cd. terzo interposto), che agisca per conto di un concorrente del danneggiato poiché, in tal caso, il terzo responsabile risponde in solido con l’imprenditore che si sia giovato della sua condotta, mentre ove il terzo sia un dipendente dell’imprenditore che ne ha tratto vantaggio, quest’ultimo ne risponde ai sensi dell’art. 2049 c.c. ancorché l’atto non sia causalmente riconducibile all’esercizio delle mansioni affidate al dipendente, risultando sufficiente un nesso di “occasionalità necessaria” per aver questi agito nell’ambito dell’incarico affidatogli, sia pure eccedendo i limiti delle proprie attribuzioni o all’insaputa del datore di lavoro. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito la quale, accertata la pronuncia di espressioni diffamatorie ascrivibili ad un soggetto persona fisica fiduciario e mandatario di un concorrente, aveva correttamente imputato a quest’ultimo la responsabilità da concorrenza sleale per denigrazione). Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 18691 del 22 settembre 2015 (Cass. civ. n. 18691/2015)

La nozione di concorrenza sleale di cui all’art. 2598 c.c. va desunta dalla “ratio” della norma, che impone, alle imprese operanti nel mercato, regole di correttezza e di lealtà, in modo che nessuna si possa avvantaggiare, nella diffusione e collocazione dei propri prodotti o servizi, con l’adozione di metodi contrari all’etica delle relazioni commerciali; ne consegue che si trovano in situazione di concorrenza tutte le imprese i cui prodotti e servizi concernano la stessa categoria di consumatori e che operino quindi in una qualsiasi delle fasi della produzione o del commercio destinate a sfociare nella collocazione sul mercato di tali beni. Infatti, quale che sia l’anello della catena che porta il prodotto alla stessa categoria di consumatori in cui si collochi un imprenditore, questi viene a trovarsi in conflitto potenziale con gli imprenditori posti su anelli diversi, proprio perché è la clientela finale quella che determina il successo o meno della sua attività, per cui ognuno di essi è interessato a che gli altri rispettino le regole di cui alla citata disposizione. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto la produzione e la distribuzione di “gabbiette” per tappi di bottiglia di vino frizzante strettamente connesse con la fabbricazione delle macchine che dette gabbiette producono, così che, pur a diversi livelli, i produttori di tali oggetti insistono nel medesimo settore di attività). Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 4739 del 23 marzo 2012 (Cass. civ. n. 4739/2012)

In tema di concorrenza sleale, presupposto indefettibile dell’illecito è la sussistenza di una situazione di concorrenzialità tra due o più imprenditori, derivante dal contemporaneo esercizio di una medesima attività industriale o commerciale in un ambito territoriale anche solo potenzialmente comune, e quindi la comunanza di clientela, la quale non è data dalla identità soggettiva degli acquirenti dei prodotti, bensì dall’insieme dei consumatori che sentono il medesimo bisogno di mercato e, pertanto, si rivolgono a tutti i prodotti che sono in grado di soddisfare quel bisogno. La sussistenza di tale requisito va verificata anche in una prospettiva potenziale, dovendosi esaminare se l’attività di cui si tratta, considerata nella sua naturale dinamicità, consenta di configurare, quale esito di mercato fisiologico e prevedibile, sul piano temporale e geografico, e quindi su quello merceologico, l’offerta dei medesimi prodotti, ovvero di prodotti affini e succedanei rispetto a quelli offerti dal soggetto che lamenta la concorrenza sleale. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, nella parte in cui, nonostante il diverso pregio dei prodotti delle parti ed il diverso livello dei negozi presso cui essi erano reperibili, aveva ritenuto sussistente la confondibilità tra gli stessi, in virtù della loro appartenenza alla medesima categoria merceologica e dell’adozione di un marchio fortemente confondibile, che avrebbero potuto indurre il pubblico a ritenere entrambi i prodotti riconducibili all’attività della medesima impresa). Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 17144 del 22 luglio 2009 (Cass. civ. n. 17144/2009)

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